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Pfas, il primo passo è cambiare le fonti. Per l’acqua pulita servono 130 milioni. Intanto il M5S presenta un esposto in Procura: «I filtri a carboni attivi non fermano i nuovi composti»

Luca Fiorin. Garantire l’approvvigionamento con acqua non inquinata degli acquedotti che servono l’area contaminata dai Pfas costerà 130 milioni di euro. E questa la cifra, ben superiore a quella compresa fra i 60 ed i 100 milioni di euro di cui parlava la Regione, che si è arrivati ad ipotizzare ad Arzignano nel Vicentino, al termine di un incontro al quale erano presenti i rappresentanti di tutti gli enti che hanno a che fare con le acque di Veronese, Vicentino e Padovano. Il territorio che sta facendo i conti con una contaminazione senza precedenti in Italia da sostanze perfluoro-alchiliche che sta interessando le acque di falda e superficiali.

ACQUEDOTTI SICURI. Il tema dell’approvvigionamento idrico dei territori che hanno a che fare con la presenza dei Pfas è finalmente al centro di un’azione comune, tanto che enti gestori degli acquedotti, autorità di bacino, e realtà che si occupano del servizio idrico ieri si sono finalmente messi attorno ad un tavolo per discutere, operativamente, del da farsi. «Alla fine», spiegava il direttore dell’Autorità di bacino veronese Luciano Franchini, «sono state definite le priorità per quanto riguarda l’estensione delle reti acquedottistiche ed il cambio delle fonti che le servono. Adesso», continua, «ci siamo presi un paio di settimane di tempo per approfondire sin nei particolari l’attività da realizzare ma la cosa importante è che è stata adottata una linea comune, anche se ovviamente ora sarà necessario reperire i fondi necessari per attuare questa complessa attività». Un’azione che, per quanto riguarda i 13 comuni del Basso Veronese coinvolti nella vicenda (Arcole, Albaredo, Bonavigo, Bevilacqua, Boschi Sant’Anna, Cologna, Legnago, Minerbe, Pressana, Roveredo, Terrazzo, Veronella e Zimella) significa collegare gli acquedotti alla centrale idrica di Acque Veronesi posta a Verona Est, passando per Belfiore e Caldiero, con un costo previsto in circa 37 milioni di euro.

I FONDI. Se adesso sta diventando chiaro cosa è necessario fare, meno chiaro è da dove potranno arrivare le somme necessarie. L’idea lanciata dal Ministero dell’Ambiente, e recepita dalla Regione, è quella di creare per quanto riguarda l’emergenza Pfas un accordo specifico collegato al Piano di disinquinamento del Fratta-Gorzone. Strumento, quest’ultimo, che era stato creato anni fa per contrastare un altro inquinamento provocato da industrie del Vicentino, in quel caso si tratttava delle concerie della valle del Chiampo, con effetti nel Basso Veronese. Quel piano era scaduto nel dicembre scorso senza che venissero utilizzati 23 milioni di euro ma, nonostante qualche giorno fa si ipotizzasse che una parte dei fondi venisse girata sugli interventi per arginare la presenza dei Pfas, ora è stato deciso che invece verranno spesi nel Vicentino per i residui della concia. Per la contaminazione da perfluoro-alchilici dovrebbero invece arrivare soldi dal Governo, nell’ambito di misure per lo sviluppo e la coesione.

ESPOSTI E PERICOLI. Sempre ieri, ma a Venezia, parlamentari, consiglieri regionali ed amministratori del Movimento Cinque Stelle hanno presentato un esposto in Procura nel quale affermano che «i filtri a carboni attivi (quelli posizionati nel campo pozzi di Acque Veronesi di Almisano, nel Basso Vicentino, che servono 21 comuni, compresi i 13 della Bassa, ndr) non fermano i nuovi composti a 4,5 e 6 atomi che sta ora producendo la Miteni di Trissino». L’azienda chimica che, secondo quanto afferma Arpav, è la principale responsabile della contaminazione. Stando ai pentastellati questi nuovi elementi sono più pericolosi di quelli a catena lunga che venivano prodotti negli anni passati, perché si accumulano direttamente negli organi vitali. «Se non si interviene adesso ci troveremo fra qualche anno a dover chiudere chissà quanti pozzi», affermano. Secondo Acque Veronesi «questo argomento va approfondito sulla base dei dati contenuti nell’esposto», ma comunque «l’acqua degli acquedotti rispetta i valori previsti dall’ Istituto superiore di sanità».

LA POSIZIONE DELLA MITENI. C’è un ultimo avvenimento legato alla vicenda Pfas : l’azienda chimica di Trissino ha presentato il piano di bonifica della falda, che ora dovrà essere valutato da Arpav ed enti amministrativi vicentini. «Un passaggio che fa parte di un percorso che prevede anche altre iniziative i cui contenuti verranno resi noti in un incontro con la stampa che si svolgerà lunedì a Vicenza», fa sapere l’azienda.

Pfas, presentato un nuovo esposto «L’inquinamento continua ancora». M5S contro la Miteni. L’azienda prepara la bonifica: accuse false

Filtri a carboni attivi inutili e, quindi, una nuova emergenza epidemiologica legata alla produzione di Pfas da parte della Miteni. Questo l’ennesimo j’accuse del Movimento 5 Stelle che ieri mattina ha depositato a Venezia un nuovo esposto contro l’azienda di Trissino. A varcare la soglia della procura lagunare c’era un nutrito drappello di pentastellati, i deputati Marco Brugnerotto e Silvia Benedetti; il senatore Enrico Cappelletti; il sindaco di uno dei comuni più coinvolti, Sarego, Roberto Castiglion, i consiglieri regionali Jacopo Berti e Manuel Brusco e quella che ormai viene considerata la Erin Brokovich berica, la consigliera comunale di Montecchio Maggiore, Sonia Perenzoni. In prima fila, a firmare l’esposto, anche Medicina Democratica e l’associazione «La Terra dei Pfas». «Secondo le perizie e studi risulta che i filtri a carboni attivi utilizzati oggi dai gestori non trattengono i nuovi composti a 4, 5 e 6 atomi. Questi nuovi composti sono prodotti oggi dalla Miteni in sostituzione degli 8 atomi Pfoa e Pfos. «Secondo lo studio Perez del 2013 – spiega Sonia Perenzoni – queste nuove catene corte attaccano direttamente gli organi vitali: cervello, polmoni, reni, fegato e anche le ossa. L’impossibilità, con le attuali tecniche di bloccarli, cambieranno lo scenario futuro delle nostre acque: se non si investe oggi in ricerca e non facciamo oggi prevenzione, ci troveremo con l’aumento esponenziale dei nuovi composti a catena corta in particolare nelle acque potabili». All’Enea di Roma, qualche giorno fa, ricordano i pentastellati, si sono presentati i risultati di un’indagine epidemiologica storica che raffronta dal 1960 al 2011 l’incidenza di mortalità fra i 22 comuni della cosiddetta area rossa e il resto del territorio, si sono contati 1300 decessi in più nell’area rossa per infarto miocardico, malattie cerebro vascolari e casi di Alzheimer. «L’esposto viene presentato a Venezia in quanto i Pfas sono arrivati a lambire mare, foci e la laguna di Venezia. – spiega Jacopo Berti, capogruppo del M5S in Regione – L’esposto completo di perizie tecniche fornisce vari elementi per poter procedere in modo certo nei confronti di chi ha inquinato e sta tuttora inquinando e di chi non ha controllato». Lo scenario, però, si allarga ad altri inquietanti filoni «si parla ancora poco delle peci fluororate – continua Perenzoni – una sorta di conglomerato concentrato di Pfas, lo scarto di lavorazione solido che, a sentire le testimonianze di un ex dipendente, verrebbero a tutt’oggi spaccati manualmente in pezzi più piccoli per venire poi conferiti insieme ad altri fanghi. Le catene di Pfas, però non si spezzano con questo sistema di smaltimento e tornano nel ciclo delle acque. L’inquinamento continua».

La Miteni, da parte sua, ha consegnato ieri ad Arpav un piano di bonifica, tecnicamente «messa in sicurezza operativa». Il piano verrà poi discusso dalla conferenza dei servizi e riguarda la bonifica della falda sottostante lo stabilimento. «A noi – fa sapere l’azienda, non risulta che le molecole a catena corta siano dannose per la salute».

L’Arena– Il Corriere del Veneto – 28 maggio 2016 

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