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Prezzo del latte ancora basso. Dalla stalla un litro, pagato 32 centesimi, è riproposto al consumatore a 1 euro e 50. Allevatori strozzati dalle multinazionali

Maurizio Tropeano. L’Autorità Garante della Concorrenza ha acceso un faro sui contratti per l’acquisto del latte stipulati in Italia. Lo ha fatto sull’onda delle proteste degli allevatori della Coldiretti – che ieri hanno gettato latte in polvere sotto la sede di Roma e consegnato un dossier per denunciare gli «accordi capestro» – ma anche su sollecitazioni del Governo.

Il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, ha trasmesso all’Autorità «le numerose segnalazioni ricevute in merito al rispetto delle norme sui contratti di vendita del latte» per le «valutazioni di sua competenza». Martina, però, ha anche messo al lavoro l’ispettorato repressione frodi del ministero per le «verifiche che ora potranno riguardare anche il raffronto tra prezzi di contratto e costi medi di produzione».

Comunque dopo la rottura delle trattative tra industriali e organizzazioni agricole (che hanno respinto al mittente la proposta di aumento di un cent al litro fatta dall’associazione degli industriali), gli allevatori di Confagricoltura e Copagri presidiano lo stabilimento della Lactalis a Cortolona. La Coldiretti invece ieri ha diffuso una nota: «Di fronte al vile attentato che ha colpito il cuore dell’Europa gli allevatori italiani sospendono temporaneamente le attività di mobilitazione sul latte, ed esprimono cordoglio per le vittime della strage di Parigi».

Il passato che ritorna

Perché Lactalis? Ricordate il crac della Parmalat? Beh, una parte delle criticità parte dall’acquisizione nel 2011 del marchio da parte della multinazionale francese che così si rafforza in Italia (controlla i marchi Invernizzi, Galbani, Vallelata e Cademartori). Secondo Coldiretti, che cita i dati di Italiainprimapagina, la multinazionale «detiene il 33% del mercato italiano del latte a lunga conservazione, il 34 della mozzarella, il 37 dei formaggi freschi e 49,8 della ricotta». Coldiretti, poi, ha fatto un dossier sui contratti di acquisto del latte nelle stalle in Italia che è stato «consegnato, acquisito e registrato dall’Agcm» che «ha assicurato il rapido interessamento degli uffici con l’impegno a concludere la pratica ai primi di dicembre», spiega Moncalvo.

Le origini della crisi

Più di parole, slogan e polemiche la battaglia del latte la raccontano i numeri. Il primo: il sei. È la differenza, in centesimi di euro, tra il costo medio della produzione alla stalla (39/40 cent) e quello pagato dagli industriali agli allevatori lombardi (34). In Piemonte va peggio perché il latte viene pagato 32-33 centesimi. Il secondo numero è il 116. Sono i centesimi di ricarico che paghiamo, come consumatori, quando acquistiamo al dettaglio un litro di latte fresco che in media costa 1 euro e 50. Il terzo è 40. La percentuale del latte importato in Italia, circa 85 milioni di quintali sui 200 milioni consumati.

Dai numeri alla realtà. Ci vogliono tre litri di latte per acquistare un caffè e diventa difficile tirare avanti «quando non si guadagnano, e dunque, si perdono 1000 euro l’anno su una mucca». C’è anche chi racconta piangendo, davanti all’assessore all’Agricoltura del Piemonte, Giorgio Ferrero, di «non riuscire a pagare le rate del mutuo» e chi per farlo «ha iniziato a vendere anche le mucche».

Tanti, troppi hanno già chiuso. La Coldiretti afferma che dall’inizio della crisi hanno chiuso più di 10 mila stalle, mille solo nel 2015. Ci sono da rimpiangere gli anni Novanta.»

ALLEVATORI STROZZATI DALLE MULTINAZIONALI: “DOVRÒ DIRE A MIO FIGLIO DI FARE ALTRO”

Matteo Borgetto. «C’è stato un periodo in cui siamo arrivati a 800 lire al litro. Bei tempi, quelli. Si lavorava con entusiasmo, voglia di crescere, fiducia nel futuro. L’ultima fattura pagata dalla Lactalis: 32,9 centesimi di euro al litro, cioè 600 lire, contro i 38 dei costi di produzione. Spiegatemi come si fa ad andare avanti».

Pierantonio Scotta è nato 56 anni fa in frazione Cervignasco di Saluzzo (Cuneo), dove il padre Bartolomeo ha fondato un’azienda agricola specializzata in allevamento. Prima bovini di razza piemontese, quindi il passaggio alla produzione di latte. Era il 1972 e Bartolomeo importò dal Canada cinque esemplari di frisona Holstein. Oggi sono 471, di cui 210 in lattazione, per una produzione annuale di 33.000 quintali di latte made in Cuneo. Ad affiancare Pierantonio, la moglie Vilma e la figlia Michela, che l’altro giorno ha protestato a Milano con i colleghi allevatori. «Ci sarebbe anche mio figlio Marco, che sta finendo gli studi e vorrebbe inserirsi in azienda. In altre condizioni l’avrei accolto a braccia aperte, ma ora forse gli consiglierò altre strade – continua Scotta -. Il percorso che abbiamo fatto io e mio padre oggi è improponibile. Nessun giovane potrebbe partire da zero». E ritorna sui prezzi: «Ho saputo dell’offerta di un centesimo in più: una presa in giro. Ci pagano a malapena i costi di alimentazione degli animali, non considerano quelli per l’affitto dei terreni (triplicati negli ultimi dieci anni), ma soprattutto gli investimenti che bisogna fare per garantire il benessere animale. Se una mucca non sta bene, non produce latte. Quindi servono stalle moderne, abbeveratoi a volontà, cuccette ben arieggiate, attrezzature – precisa -. Ho acceso due mutui, il primo nel 2001, l’ultimo nel 2011. Non riuscirò a pagare le rate a fine anno. Inoltre la burocrazia e i controlli ci stanno massacrando. Per contro, il 60% del latte trasformato in Italia arriva dall’estero, senza la tracciabilità che fa di quello italiano il migliore d’Europa».

Per la difesa del made in Italy si stanno mobilitando i sindacati. «Lasciamo stare, quelli non fanno i nostri interessi. Se non era per i ragazzi del Comitato spontaneo, non si sarebbero mossi. Avrei due domande per loro: perché il prezzo dei formaggi è sempre uguale, mentre quello del latte scende? E da questa disparità, chi ci guadagna: gli allevatori o le multinazionali? Di questo passo, il 30% dei nostri allevamenti è destinato a scomparire – conclude -. Molti di noi stanno facendo mutui per pagare i fornitori. Io non mollo: questa è la mia vita, ma non accetterò l’ennesima colletta ai disperati. Non vogliamo diventare ricchi, vogliamo solo

La Stampa – 15 novembre 2015 

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