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Riforma pensioni, per autonomi e dipendenti l’Inps equipara gli assegni

Speranza di vita e pensioni flessibili: il quadro completo dei prossimi anni. E’ di ieri, infatti, il rapporto dell’area attuariale dell’istituto di previdenza, che scandisce come da qui al 2021 i risparmi assicurati dalla legge Fornero sulle pensioni ammonteranno a circa80 miliardi di euro, che fungeranno da “tesoretto” per le due decadi successive, quando, cioè, verranno rimessi in circolo nella previdenza, fino allo “zero assoluto” previsto nel 2045.

Il massimo della flessione di esborso sui trattamenti pensionistici, rileva l’Inps, verrà raggiunto nel 2019, quando resterà nelle tasche dello Stato oltre un punto di Pil di risorse precedentemente destinate al welfare, nell’anno in cui, a tal proposito, la spesa complessiva raggiunge la massima inflessione negativa pari all’8,6% del Prodotto interno lordo.

Una panoramica che ricalca in linea di massima quella già espressa nei giorni scorsi dalla Ragioneria generale dello Stato, e che, in qualche modo, rende un po’ meno incerto il futuro pensionistico delle generazioni attualmente in età lavorativa, le quali, però, si vedranno corrispondere, una volta raggiunta l’età per il ritiro occupazionale, degli assegni striminziti, ma quadi uniformati, per via dei nuovi criteri che regolano l’erogazione delle pensioni.

Questo, accadrà per effetto del pieno passaggio al sistema contributivo, realizzato proprio dalla legge Fornero di fine 2011, anche se, è bene puntualizzare, non mancheranno disparità tra lavoratori dipendenti e autonomi da qui al 2060.

In particolare, se per un lavoratore dipendente dai 36 anni di contributi ai 42 la pensione si troverà in una forbice tra il 78% e il 92% nel 2015, questo rapporto nel 2030, si abbasserà all’83% per i lavoratori più longevi, subendo un’ulteriore contrazione al 77% – sempre per i “42enni” – dal 2040, per poi risalire fino a sfiorare l’80% dell’ultimo stipendio al 2060.

Andamento analogo, ma più marcato, per gli autonomi, che vedranno i propri assegni mensili passare dal 106,9% (per 42 anni di contributi) al 2015, ai 77,3% del 2030, abbassandosi ulteriormente nel decennio seguente per poi risalire all’80% al 2060. Stessa curva, dunque, anche per chi deciderà di andare in pensione con meno anni di contribuzione, che si vedrà corrispondere un assegno pari al 64% nel 2030 e al 70% nel 2060.

Insomma, nessuna apocalisse per chi riuscirà ad andarci in pensione, pare prefigurarsi all’orizzonte, anche per effetto di un meno munifico, ma più elastico sistema contributivo che consente maggiori oscillazioni rispetto alle rigidità del vecchio retributivo in virtù del criterio della speranza di vita che regola gli ingressi alle pensioni. Ciò che influirà maggiormente, allora, sarà il tasso di sostituzione che nel passaggio tra lordo e netto assottiglierà, quasi fino ad annullarle, le differenze tra partite Iva e subordinati.

Molto più arduo, allora, sarà avere i requisiti minimi per accedere alla pensione, anche in presenza di un progetto di riforma della legge Fornero, annunciato dal ministro Giovannini, la cui efficacia è ancora tutta da dimostrare, con i malus per chi esce a 62 anni e 35 di contributi e bonus equivalenti per chi resta al lavoro fino a 70 anni.

A ciò, va aggiunto come il bilancio dell’Inps sia fortemente in passivo e, già nel recente passato, sono stati lanciati allarmi sulla sua tenuta per i prossimi anni, con l’emergenza della questione esodati ancora tutta da risolvere nei fatti e altri casi, come quello dei famosi “quindicenni” di contributi al 1992, che hanno minato le casse di un welfare già alle corde.

LeggiOggi – 7 giugno 2013

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