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Rivoluzione nelle Asl. “Un albo per i direttori e chi sbaglia decade”. Oggi la norma in cdm: obbligo di tenere i conti in ordine. Lorenzin: sganciamo la scelta dei manager dalla politica

Michele Bocci. In poco più di 200 gestiscono 111 miliardi di euro e organizzano i servizi sanitari per tutti i cittadini italiani. Una responsabilità enorme sulle spalle di tecnici legati a doppio filo con la politica regionale, che infatti quando i colori delle giunte cambiano di solito vanno a casa. Questa sera in consiglio dei ministri, all’interno del cosiddetto “pacchetto Madia” arriva una norma che cambia tutto nei meccanismi di scelta, di nomina e anche di decadenza dei direttori generali delle aziende sanitarie e ospedaliere, i tecnici più potenti della sanità.

«Uno degli obiettivi è slegare il più possibile la selezione di manager da fattori politici — spiega il ministro alla Sanità Beatrice Lorenzin, autrice del provvedimento — Certo, assessori e governatori avranno sempre l’ultima parola ma noi metteremo in piedi una sistema basato su trasparenza e merito per farli scegliere. Alzeremo la qualità». Il ministro spiega come nasce la norma. «In questi anni mi sono resa conto che, in un Paese dove il livello del personale sanitario è alto, il malfunzionamento delle strutture è dovuto quasi sempre a problema di programmazione e gestione. Nel “Patto per la salute” avevamo detto con le Regioni di affrontare questo tema agendo dove era più semplice, cioè nella selezione dei direttori generali ma anche sanitari e amministrativi delle Asl». La norma prevede un elenco unico nazionale, un po’ come avviene per i magistrati. Oggi le Regioni vanno in ordine sparso quando si tratta di scegliere i manager. Qualcuna ha una sua lista di idonei, molte altre no.

Per essere inseriti nell’elenco nazionale si dovrà superare una selezione per titoli, seguire corsi di formazione e avere meno di 65 anni. Ogni due anni la lista sarà aggiornata da una commissione composta da rappresentanti del ministero e delle Regioni. «Quando deve dare un incarico, il governatore fa un avviso pubblico e nomina una commissione regionale — spiega sempre Lorenzin — Si svolge una selezione per titoli e colloquio e viene proposta una terna di nomi al presidente».

Forse l’aspetto più interessante del decreto legislativo riguarda la decadenza automatica dall’incarico. Oggi è rarissimo vedere un direttore rimosso, anche di fronte a grandi buchi di bilancio o pessimi risultati dal punto di vista della qualità dell’assistenza, sempre per il forte rapporto con la politica regionale. E invece da ora in poi si farà una «stringente verifica e valutazione» sul lavoro svolto, come è scritto nella nuova norma. In particolare i manager dovranno tenere in ordine i conti, assicurare il raggiungimento dei livelli essenziali di assistenza (lea) e buoni esiti dell’attività. Se gli obiettivi non vengono colti, e se ci sono gravi motivi di mala gestione o violazioni, scatta automaticamente la decadenza.

Dovranno essere fatti anche elenchi, questa volta regionali, di idonei al ruolo di direttore sanitario e amministrativo. Il licenziamento per questi dirigenti avverrà in caso di «violazioni di leggi o regolamenti ovvero del principio di buon andamento e imparzialità». Secondo il ministro Lorenzin, «non è possibile che non salti mai nessun direttore sanitario negli ospedali dove succedono gravi disservizi e eventi avversi. La nuova legge prevede in certi casi la risoluzione del contratto».

Il decreto probabilmente rende ancora più duro il lavoro di direttore generale. Si tratta di un ruolo che espone a grandi responsabilità penali, amministrative e a pressioni politiche ma viene pagato relativamente poco. Manager che gestiscono bilanci anche da un paio di miliardi guadagnano tra i 120 e i 150mila euro all’anno. Una cifra ridicola se paragonata ai compensi in realtà private delle stesse dimensioni. «Con il nuovo meccanismo a regime — chiude Lorenzin — dobbiamo prevedere un sistema di premialità basato sul merito per questi dirigenti. È l’unico modo per trovare persone degne, e formare una classe di manager senza tessere di partito, che possa resistere anche ai cambi di amministrazione».

Repubblica – 20 gennaio 2016

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