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Senato, l’ok è vicino Renzi convince la minoranza del Pd “Tempi? No ai totem”. I senatori saranno “sottratti” dai consigli regionali

Ormai è fatta. Il nuovo Senato non sarà elettivo ma formato da consiglieri regionali. Questi tuttavia lavoreranno a tempo pieno a palazzo Madama. In vista di mercoledì, quando i relatori Finocchiaro e Calderoli dovranno depositare il testo base della riforma, una trattativa riservata è stata condotta per tutto il fine settimana e avrebbe prodotto questa soluzione di compromesso. Su cui sarebbe anche arrivata, rivelano fonti di maggioranza, la benedizione del Quirinale.

L’accordo sul nuovo Senato «è ormai a un passo», conferma Matteo Renzi a In 1\\ 2 ora . Certo, il premier continua a considerare come «punto di mediazione» quello di consiglieri regionali «che individuano al proprio interno quale di loro mandare al Senato ». Ma in realtà la trattativa sarebbe più avanti, impostata sulla proposta condivisa da Ncd e resa pubblica dal senatore lettiano Francesco Russo: nuovi senatori eletti dai cittadini insieme ai consigli regionali ma in un listino a parte, dunque consiglieri regionali a tutti gli effetti, pagati dalla loro regione ma scomputati dal totale.

Su questa clausola anche la minoranza bersaniana, che domani si ribattezzerà ufficialmente “area riformista” (aperta anche a lettiani e fioroniani), è pronta a chiudere l’intesa. Abbandonando Vannino Chiti e il suo progetto di Senato elettivo al suo destino. «Ci sono tutte le condizioni — conferma il “riformista” Alfredo D’Attorre — per trovare un buon accordo di maggioranza che coinvolga anche Berlusconi». E la proposta Chiti? «Bisogna interloquire civilmente con il senatore Chiti, ma il suo ddl non è la proposta di Area riformista».

Che il clima sia cambiato rispetto al muro contro muro dei giorni scorsi — un «pit stop» minimizza Renzi — lo dimostrano anche le parole del premier dall’Annunziata: «Sarei disonesto intellettualmente se dicessi che non è successo nulla. Berlusconi ha chiesto di cambiare alcune cose e credo sia del tutto legittimo che le riforme si facciano ascoltando Berlusconi, Grillo e anche la minoranza del Pd». Anche sulla data limite del 25 maggio, il capo del governo è conciliante: «Non mi impicco sulla data. Io comunque penso ci siano le condizioni per farlo entro il 25 maggio, se poi arriva il 7 giugno non è un problema».

Dopo le sparate di giovedì da Vespa, anche l’ex Cavaliere lascia intendere che la musica è cambiata. «Renzi in un Cdm autonomamente e senza ascoltarci — ricostruisce Berlusconi — ha deciso che il Senato sia composto tutto da sindaci e che il Capo dello Stato può nominare 21 membri, su questo abbiamo detto subito che non siamo d’accordo, e che su questa parte si doveva discutere: ho incontrato Renzi e ci siamo trovati subito d’accordo. L’importante è sederci al tavolo e ragionare su come individuare i nuovi membri del Senato. Io nella mia vita ho sempre mantenuto i patti».

Intanto Renzi, forse per allontanare il sospetto di essersi piegato ai diktat della minoranza interna, non rinuncia a tirare un calcio a quei «dirigenti politici di sinistra che vivono di pregiudizio». Quelli che lo accusano di «non essere di sinistra e di volere riforme autoritarie». Ma già «nel 1981 Enrico Berlinguer parlava di superamento del bicameralismo perfetto e dopo di lui nel ‘96 l’Ulivo e Prodi nel 2006». Attacco a cui nessuno risponde, ma D’Attorre — pur ribadendo l’intesa sul Senato — già individua il prossimo terreno di scontro con il segretario- premier: «Dopo le europee dovremo riparlare dell’Italicum. Ormai quella legge appartiene a un’altra stagione. Va cambiata sulle preferenze, sulla rappresentanza di genere e sulle soglie di sbarramento ». Oggi Renzi procederà all’ultima messa a punto della bozza costituzionale insieme al capogruppo Luigi Zanda e alla presidente della commissione Anna Finocchiaro. Poi domani affronterà la prova dell’assemblea dei senatori. Ultimo passaggio chiave, il seminario sulle riforme a cui saranno invitati anche quei «professoroni » contro cui polemizzò il ministro Boschi. Fra tutti Rodotà e Zagrebelsky.

Se l’opposizione interna al Pd è in via di superamento, il premier dovrà presto affrontare un’altra condizione che sta per porgli Angelino Alfano. Sempre sulla riforma costituzionale. A spiegarla è Andrea Augello, capogruppo Ncd in prima commissione: «Per blindare la riforma vogliamo che nella legge sia previsto comunque un referendum confermativo da tenersi al primo turno elettorale utile». Se Forza Italia si sfilasse, la maggioranza andrebbe avanti unita fino al referendum. Tenendo anche in vita la legislatura.

Repubblica – 28 aprile 2014 

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