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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Sforbiciare i contributi e più soldi in busta paga. Il Governo vuole far scendere la differenza tra costo lordo e netto del lavoro. L’ipotesi è un taglio di 6 punti diviso tra lavoratori e aziende
    Notizie ed Approfondimenti

    Sforbiciare i contributi e più soldi in busta paga. Il Governo vuole far scendere la differenza tra costo lordo e netto del lavoro. L’ipotesi è un taglio di 6 punti diviso tra lavoratori e aziende

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche29 Febbraio 2016Nessun commento3 Minuti di lettura
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    Tagliare le tasse significa anche mettere più soldi in busta paga, riducendo il cuneo fiscale, ovvero la differenza tra costo lordo e netto del lavoro. Il governo ci pensa da tempo. E ora potrebbe accelerare. Un piano c’è, formulato la scorsa estate dall’allora consigliere economico del premier, il bocconiano Tommaso Nannicini, nel frattempo promosso a sottosegretario di Palazzo Chigi. E consiste nel tagliare di sei punti il cuneo dei neo-assunti, tre punti a carico del datore e tre del lavoratore. Per sempre.

    Nannicini di recente è tornato a ribadire il concetto, espresso la prima volta in un editoriale sull’Unità del 18 agosto scorso. «Lo sgravio è una misura congiunturale, temporanea», dice il professore in riferimento al bonus assunzioni varato dal governo lo scorso anno e valido per un triennio, riconfermato quest’anno, ma ridotto e per un biennio. «Ora si apre la partita del taglio strutturale al cuneo contributivo del tempo indeterminato, perché sempre e per tutti un contratto permanente pesi meno in termini di costo del lavoro». Anche il viceministro Enrico Morando ieri ha confermato l’ipotesi, definendola «un impegno che ci siamo presi». E facendo capire che esistono due strade per attuarla: attraverso l’Irpef, diminuendo le aliquote, oppure tagliando i contributi previdenziali, ovvero gli accantonamenti per la pensione.

    La strada Irpef è molto costosa. Quella dei contributi dipende da come la si fa. L’idea di Nannicini, almeno nella sua formulazione estiva, di fatto è a costo zero per le casse pubbliche. L’operazione può valere all’incirca 6 miliardi sul triennio (la metà del bonus lavoro del 2015). Ma questi contributi in meno non vengono compensati all’Inps dallo Stato, come di solito avviene per tutti gli sgravi sul lavoro. Al contrario, rappresentano un taglio secco sulle pensioni future: meno contributi versati, stipendio un po’ più ricco, ma assegno più povero in futuro. Ecco perché la proposta Nannicini prevede pure un’opzione: la possibilità per il lavoratore di versare i suoi tre punti in meno di contributi alla previdenza integrativa, anziché farli finire in busta paga (dove tra l’altro sarebbero colpiti dall’Irpef). Previdenza però rincarata proprio dal governo Renzi che ha portato la tassazione sui fondi pensione dall’11,5% al 20%.

    Sarà per questo che, a sei mesi dall’idea, ora il sottosegretario frena: «È una sfida, ma dobbiamo capire come far costare meno il tempo indeterminato, in termini di contributi, senza incidere negativamente sulle aspettative pensionistiche dei lavoratori». D’altro canto il vantaggio in busta paga, sia per il datore di lavoro che per il dipendente, non sarebbe fenomenale. Niente a paragone con i generosi sgravi attuali, però tutti finanziati a carico dell’erario, dunque in deficit (grazie alla flessibilità europea).

    Come anticipato da Repubblica in agosto (su calcoli effettuati dalla Uil), se il piano rimane nella versione originaria, il taglio di sei punti di contributi vale 1.500 euro l’anno (per uno stipendio medio da 25 mila euro lordi), 126 euro al mese. La metà di questi 1.500 euro lordi, dunque 750 euro (l’unico sconto che il lavoratore “vede” in busta paga, l’altra metà va al datore), possono però essere dirottati ai fondi pensione o lasciati in busta paga. In questo secondo caso, si riducono a 512 euro, scorporate le tasse. E dunque a 43 euro netti in più al mese.

    Repubblica – 29 febbraio 2016 

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