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Sicilia. Tori, suini, cavalli: quando il branco va alla carica. Animali selvatici e cani randagi vagano e raggiungono centri abitati. I dati allarmanti dei veterinari dell’Asp

Mario Pintagro. Cinghiali selvatici e cani randagi. Ma anche mucche e tori che sfondano i recinti degli allevamenti, vagano per le trazzere e raggiungono poi le strade provinciali, ai margini di grandi città come Palermo, minacciando automobilisti ed escursionisti. Non esiste un censimento dei capi abbandonati e degli animali selvaggi, ma i dati allarmanti provenienti dai veterinari dell’Asp raccontano di danni e minacce che questi animali presentano, tra le strade di Borgetto e Godrano, Montelepre e Carini, perfino sulla trafficata provinciale di San Martino delle Scale.

Nel 2013 Forestali e veterinari dovettero intervenire con l’elicottero per disciplinare alcuni capi sfuggiti al controllo, ma senza successo. Questi animali abbandonati causano incidenti: tre anni fa un cavallo imbizarrito sfuggito al proprietario causò un incidente a Petralia. E sui Nebrodi cavalli abbandonati invadono le strade dei paesi ancora oggi. Per le aziende sanitarie provinciali non c’è solo il problema dell’ingombro degli animali ma anche quello sanitario: i capi inselvatichiti e senza controllo spesso sono ammalati di brucellosi e possono contagiare i capi sani.

Nelle isole poi, gli apparentemente inoffensivi conigli, stanno causando un danno irreversibile alle colture tradizionali. A Ustica gli erbivori hanno decimato pregiate coltivazioni di lenticchia e vite. Stesso problema registrato anche nelle isole Eolie. Si tratta di capi liberati inizialmente per favorire la caccia e che ora si sono riprodotti fuori controllo. Ma sono una minaccia per l’uomo anche le migliaia di cani randagi che vagano indisturbati, spesso nelle zone periferiche delle città siciliane. Sei anni fa a Sampieri, fra Scicli e Modica, un bambino di appena dieci anni, Giuseppe Misicoro Brafa, morì sbranato da quattro cani, un altro di nove anni e un adulto rimasero feriti. Stavolta invece, nelle campagne intorno a Cefalù, in contrada Mollo, ad uccidere è stato un cinghia-maiale. Suini pericolosi non solo per l’uomo ma anche per le colture.

Non a caso Coldiretti lancia un grido d’allarme. «I danni provocati dai cinghia-maiali sono valutati nell’ordine dei milioni di euro. E riguardano soprattutto i campi coltivati» . Alessandro Chiarelli, presidente di Coldiretti Sicilia, spiega: «Ormai questi animali sono diventati onnivori, non si limitano ad un tipo di coltura. E sono come dei trattori, scavano dovunque, mettendo a rischio qualsiasi specie vegetale, qualunque coltivazione».

Ma quanti sono i suidi e dove sono localizzati? Secondo uno studio, quattro anni fa la popolazione era cresciuta fino a quattromila esemplari, di questi il 30% erano scrofe che si riproducono due volte l’anno mettendo al mondo decine di cinghialetti. Adesso sarebbero diventati circa diecimila nel solo Parco delle Madonie. Sono localizzati soprattutto fra Castelbuono, Isnello, Piano Zucchi, Petralia, Gibilmanna, Cefalù e Gratteri. E secondo i rangers anche sul Monte Pellegrino, a due passi da Palermo, sono presenti una decina di esemplari.

I danni prodotti dalle loro incursioni possono essere rimborsati. Nel biennio compreso tra il 2012-13 gli indennizzi liquidati dal Parco delle Madonie sono stati una cinquantina per una somma di trentaduemila euro. Ma non è facile potervi accedere. La difficoltà sta nel dimostrare che siano stati i cinghiali a produrre i danni.

«La realtà – aggiunge il presidente di Coldiretti Sicilia – ci costringe a fare i conti con un’emergenza troppe volte sottovalutata. Adesso occorre agire subito, senza farsi prendere dall’isteria. Occorre un’azione combinata che va dal piano di sterilizzazione, alla cattura e all’abbattimento». Per lo zoologo dell’Università Mario Lo Valvo che ha curato il piano di controllo dei cinghiali di Madonie e Monte Pellegrino «l’abbattimento è possibile, ma non dentro i confini dei parchi. Per farlo nelle aree protette, occorrerebbe una modifica alla legge. E l’azione di bracconaggio non è in grado di incidere sul contenimento della specie».

Repubblica – 9 agosto 2015

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