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Sicurezza alimentare. Il “fitto” sistema dei controlli in Italia. Borrello: varato un piano di coordinamento

1a1a1a1a_0a00aborrello«Dal campo alla tavola»: lo slogan comunitario per la tutela della sicurezza alimentare combacia con la strategia messa in atto in Italia per evitare che i consumatori possano imbattersi in alimenti alterati, contaminati, se non addirittura nocivi. Il sistema di controlli è talmente fitto e costellato di enti che, se un punto critico si può rilevare, è proprio nel rischio dispersione. «Ma abbiamo varato un piano per il coordinamento sulla sicurezza e la qualità alimentare», assicura Silvio Borrello, il direttore generale del Dipartimento sull’igiene e la sicurezza degli alimenti presso il ministero della Salute. È il dipartimento a cui i consumatori possono inviare mail di segnalazione, e che coordina tutto il settore dei controlli, che ha vari livelli.

Il primo è il cosiddetto autocontrollo: è l’imprenditore a dover adottare tutti gli strumenti perché sia garantita la sicurezza di ciò che produce. Il secondo livello è di stretta competenza delle Asl, il braccio del ministero della Salute, che verificano che siano rispettate le due norme di riferimento sulla materia, e cioè il regolamento 178 del 2002, e il pacchetto igiene del 2004. È proprio il regolamento 178 a prevedere la cosiddetta tracciabilità degli alimenti: cioè descrivere il percorso di una materia prima o di un lotto all’interno della filiera produttiva, raccogliendo dati e descrizioni (cosa che, se serve, permette di ricostruire all’indietro tutto il percorso — la rintracciabilità).

I medici e i veterinari delle aziende sanitarie locali effettuano ispezioni periodiche nelle aziende, prelevando campioni sia nelle sedi che nella fase di commercializzazione. Se vengono rilevati rischi per la salute dei consumatori, scatta l’allerta, con il ritiro del prodotto dal mercato e, se necessario, con l’informazione diretta al consumatore sulla pericolosità dell’alimento. Nel caso in cui la merce sia stata spedita all’estero, viene informato il Paese destinatario.

«Non esistono infatti controlli specifici per gli alimenti spediti fuori» spiega Borrello. Agecontrol, organo del ministero delle Politiche agricole, fa dei controlli, ma solo di conformità alle prerogative europee. Ad esempio, per quanto riguarda l’insalata Agecontrol verifica che non ci siano anomalie visibili, come tracce di colori o residui di terra o di fitofarmaci.

Ma di fatto lo scambio di ortofrutta tra Paesi Ue è libero, e non è sottoposto a comunicazione preventiva, come avviene per i prodotti a base di carne. Quando intervengono i Nas, i carabinieri per la tutela della salute? Quando il ministero segnala casi sospetti, se ci sono monitoraggi (come per la carne equina), o su segnalazione dei consumatori, che possono chiamare il 112 per qualsiasi dubbio, ma anche autonomamente. Diverso il ruolo dei carabinieri del Noe, che fanno capo al ministero delle Politiche agricole, così come le capitanerie di porto, il Corpo forestale dello Stato, l’Ispettorato centrale, tutti a tutela della qualità e delle repressioni frodi nell’agroalimentare.

E quando un cibo è sospetto, chi lo analizza? Gli istituti zooprofilattici, che dipendono dalle Regioni e le Agenzie regionali per l’ambiente. Se il produttore nel mirino contesta le analisi, l’Istituto superiore di sanità fa un secondo controllo. Anche il ministero dell’Economia è coinvolto in qualche modo nei controlli sugli alimenti: attraverso la Guardia di finanza e l’Agenzia delle dogane, che lanciano l’allerta in caso di alimenti sospetti.

Valentina Santarpia – Corriere della Sera – 9 marzo 2013

 

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