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Spariti mille primari, reparti senza guida. Dal 2009 i concorsi bloccati: ne manca uno su sei. L’allarme: troppi tagli

 primari 672L’incarico medico che suscita ancora il maggior rispetto e continua, a torto o a ragione, ad avere una certa aura di infallibilità è in crisi. Almeno dal punto di vista dei numeri. In Italia ci sono sempre meno primari. La riduzione avviene in un’epoca di tagli alla sanità ma anche di sprechi difficili da cancellare. Dal 2009 al 2012 sono spariti quasi il 15%dei direttori di unità operativa. In assoluto se ne sono persi 1.300, passando da 9.500 a8.200. Questo mentre il numero totale dei dottori assunti negli ospedali è rimasto più o meno stabile. È inoltre un segno dei tempi che nell’arco degli stessi tre anni i primari donna siano rimasti gli stessi, intorno ai 1.240. E come se fossero usciti dal sistema sanitario soltanto direttori di unità operativa uomini. Del resto nelle corsie la componente femminile è sempre più importante numericamente.

Le donne medico sono 43mila su 109mila, anche se i medici donna hanno più difficoltà dei colleghi a ottenere incarichi dirigenziali.

In media sono scomparsi 430 direttori di reparto all’anno. Per avere un’idea del dato, è come se in quel lasso di tempo fossero stati chiusi dalle Regioni almeno una ventina di ospedali e circa la metà di policlinici. Il ritmo sembra destinato a restare lo stesso anche nei prossimi anni. «Tra i motivi di questo calo c’è il taglio delle risorse al sistema sanitario, che incide su queste figure perché hanno un costo più alto delle altre — spiega Massimo Cozza, segretario della Cgil medici—E poi spesso i direttori vengono surrogati da colleghi che hanno le stesse mansioni ma un inquadramento contrattuale diverso». Si tratta dei cosiddetti “facenti funzioni”, cioè professionisti che sostituiscono primari quando vanno in pensione o si trasferiscono in atte-sa che vengano fatti i concorsi. In un periodo di blocco delle assunzioni e di generale crisi economica per il sistema sanitario, in molte aziende si fa largo uso di queste figure, che costano ovviamente meno di un responsabile nominato dopo una selezione. Qualcuno resta anche anni a svolgere questo ruolo. «E a noi non va bene — dice sempre Cozza—Queste figure dovrebbero essere a termine. Si tratta di professionisti che non hanno le garanzie di un primario, vivono nell’incertezza della conferma. I reparti hanno invece bisogno di una guida stabile per funzionare bene». Il fenomeno della riduzione dei primari è legato anche ai tagli fatti per razionalizzare il sistema. In questi anni in alcune Regioni si sono eliminati reparti doppione, in particolare nei policlinici dove ancora oggi non è raro trovare tre o quattro reparti di medicina o di neurologia, giusto per fare un paio di esempi. «E questa è un’operazione positiva, siamo sempre d’accordo con la riorganizzazione del sistema sanitario», dice ancora Cozza. C’è stato anche un lavoro per chiudere i piccoli ospedali. Queste strutture tra l’altro saranno al centro del Patto perla salute tra le Regioni e il ministero che dovrebbe essere approvato nel giro di qualche settimana. Si chiederà alle amministrazioni locali di intervenire sugli “ospedalini” con meno di 80 posti letto, pericolosi perché di dimensioni ridotte, per chiuderli o riconvertirli, magari specializzandoli in una particolare disciplina medica. Se si andrà avanti nel progetto iprimari sono destinati a diminuire ancora. Nei tre anni tra il 2009 e il 2012 è calato anche il numero dei direttori delle strutture cosiddette “semplici”, cioè delle sotto divisioni che spesso si trovano dentro i reparti. Un altro ruolo di vertice che ha visto una riduzione, da 18.500 a 16.800 unità. Per queste figure non è previsto un facente funzioni nel caso l’incarico resti vacante. «Credo che il dato sia legato alle razionalizzazioni e al tentativo di contenere i costi— dice anche Valerio Fabio Alberti, al vertice di Fiaso, la federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere — Il numero delle strutture semplici, che dovrebbero essere in mano solo a medici particolarmente bravi nel loro settore, negli anni è cresciuto anche al di là delle reali esigenze degli ospedali».

La Repubblica – Michele Bocci – 7 gennaio 2014 

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