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Speciale riforma Pa. Ecco tutte le novità: più part-time per la ‘staffetta’, trasferimenti e stretta sui premi

ministro-madia-su-riforma-p-aLa rassegna stampa di oggi sulla riforma in arrivo. Tutte le anticipazioni. L’operazione di svecchiamento delle pubbliche amministrazioni punterà molto sul parttime. Dopo il passo indietro sulla reintroduzione dell’esonero dal servizio, il governo va dritto sui contratti a tempo parziale e l’abolizione del trattenimento in servizio per liberare spazio all’auspicata «staffetta generazionale». Le due misure sono state messe a punto e inserite nella prima bozza di un decreto legge diramato l’altra notte e ora al vaglio dell’Economia. Per far decollare il part-time si lavorerebbe sulla garanzia della contribuzione piena per chi, a pochi anni dalla pensione, opti per il tempo parziale (ma altre opzioni sono in campo). E la misura, se ben congegnata, potrebbe far decollare uno strumento che oggi non va oltre i 120mila contratti, di cui 45mila con riduzione del 50% del tempo lavorativo, secondo i dati Aran.

L’altra misura certa è l’abolizione del trattenimento in servizio, che libererebbe circa 10mila posti da qui al 2018 secondo il ministro Marianna Madia, con un impatto significativo su determinate categorie come i professori universitari o i magistrati. Quanto ai primi, tra ordinari e associati sono 543 quelli in cattedra oltre i limiti di età e nel corso dell’anno altri 765 compiranno 70 anni. Per i secondi stiamo parlando di 296 magistrati ordinari in servizio oltre i limiti di età, 15 amministrativi, 15 avvocati dello Stato e 9 consiglieri di Stato; la norma allo studio consentirebbe una proroga di questi incarichi solo fino a fine anno.

L’altro cambio di marcia nel pubblico impiego arriverebbe con quella che viene definita «semplificazione delle regole sul turnover». Si supererà il vincolo delle teste nel computo dei limiti assunzionali vigenti restando valido solo quello sulle risorse spendibili: se si licenziano 4 dirigenti l’amministrazione potrà assumere più di un giovane funzionario nell’anno in corso. Si apre così alla possibilità di una nuova programmazione in vista del ritorno al turnover fisiologico previsto attualmente nel 2018.

Nel documento governativo diffuso ai sindacati in vista dell’incontro di domani si parla com’è noto anche di rinnovo del contratto nazionale con una trattativa da aprirsi l’anno prossimo. L’iniziativa si tradurrebbe in una maggiore spesa nei tendenziali del triennio 2015-2017 per almeno 6,5 miliardi. Nel decreto ci sarà poi il taglio del 50% dei permessi sindacali, prerogative che nel 2012, secondo un calcolo della Corte dei conti, sono state quantificate in 110 milioni, ovvero il corrispettivo della mancata prestazione lavorativa di un dipendente ogni 750.

L’altra misura prevista nella bozza di decreto riguarda la mobilità volontaria e obbligatoria. Per far decollare questi strumenti sono confermate le anticipazioni dei giorni scorsi: viene abolito il nulla osta da parte dell’amministrazione di provenienza per le volontarie, mentre per le obbligatorie il lavoratore potrà essere trasferito da un’amministrazione all’altra con la garanzia del medesimo trattamento economico e precisi limiti geografici. Eventuali deroghe sono rinviate alla contrattazione collettiva mentre la norma dovrebbe prevedere «tabelle di equiparazione» per far funzionare il meccanismo. Un meccanismo che potrebbe essere completato con l’indicazione dei fabbisogni standard di personale per le amministrazioni, andando oltre i vecchi criteri basati sulla popolazione residente, nel caso degli enti locali. Il capitolo della riforma della dirigenza (ruolo unico, superamento delle due fasce, licenziabilità) andrebbe nel ddl delega, mentre nel decreto potrebbe arrivare un blocco dei concorsi per dirigenti fino allo smaltimento delle graduatorie aperte. Ancora: potrebbe essere nel dl l’abolizione della figura dei segretari comunali, con l’istituzione del ruolo unico nazionale della dirigenza degli enti locali, e la razionalizzazione su base regionale delle Camere di commercio, nonchè l’accorpamento di Aci, Pra e Motorizzazione, mentre slitterebbe il riordino degli enti di ricerca.

Previsto, invece, il trasferimento delle competenze in materia di trasparenza e valutazione della performance dall’Autorità anticorruzione al Dipartimento funzione pubblica, misura che s’accompagna ai nuovi poteri dati a Raffaele Cantone. E ci sarà pure un pacchetto di misure di semplificazioni ( si veda a pagina 3) che si apre con l’adozione di moduli standard unificati e standardizzati su tutto il territorio per la presentazione di istanze e dichiarazioni alla Pa da parte di cittadini e imprese. Ieri il ministro Madia è stata ricevuta dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Per far decollare il part-time si lavora sulla garanzia della contribuzione piena per chi, a pochi anni dalla pensione, opti per il tempo parziale. Una misura che, se ben congegnata, potrebbe promuovere uno strumento poco utilizzato. Secondo i dati Aran oggi i contratti a tempo parziale non superano i 120mila, di cui 45mila con riduzione del 50% del tempo lavorativo L’abolizione del trattenimento in servizio, contenuta nella bozza di Dl, libererebbe circa 10mila posti da qui al 2018. Con un impatto significativo su determinate categorie come i professori universitari o i magistrati. I docenti, tra ordinari e associati, oltre i limiti d’età sono 543 e nel corso dell’anno altri 765 compiranno 70 anni. Mentre i magistrati ordinari oltre soglia sono 296. (Il Sole 24 Ore)

Mobilità obbligatoria. I dipendenti pubblici? Trasloco fino a 50 chilometri

Trasloco sì, ma senza esagerare. La riforma della pubblica amministrazione — che dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri dopodomani — apre le porte alla mobilità obbligatoria, cioè la possibilità di spostare un dipendente da un ufficio ad un altro anche senza il suo consenso, oggi necessario. Il trasferimento sarebbe possibile a parità di stipendio ed entro precisi limiti geografici. Quanto precisi? Il criterio dovrebbe essere misto: i dipendenti non potrebbero essere spostati a più di 50 chilometri e comunque la distanza tra la vecchia e la nuova sede dovrebbe essere percorribile al massimo in un’ora con i mezzi pubblici. Per i dirigenti, invece, il trasloco «forzato» potrebbe portare più lontano: in prima battuta all’interno della stessa provincia e, se il tentativo dovesse andare a vuoto, all’interno della stessa Regione. Più lontano di così, invece, il trasferimento non sarebbe possibile. Ma, sempre per i dirigenti, resterebbe il rischio di rimanere senza incarico con la possibilità di arrivare al licenziamento.

Le bozze della riforma, in realtà, continuano a cambiare di giorno in giorno. L’ipotesi più probabile è che, sui 56 articoli del pacchetto iniziale, solo 15 prendano la strada veloce del decreto legge per lasciare tutto il resto al normale disegno di legge. Una scelta tattica, perché la pausa estiva del Parlamento è vicina ed un decreto pesante rischierebbe di non essere convertito in tempo. Ma anche la richiesta del Quirinale di non esagerare con i provvedimenti urgenti: ieri dal decreto, ad esempio, è uscito il commissariamento del Formez, il centro studi per l’ammodernamento della pubblica amministrazione. Il nodo più stretto da sciogliere è sempre quello della staffetta generazionale, cioè il graduale passaggio di consegne tra i lavoratori vicini alla fine della carriera e quelli nuovi da assumere. Bocciata l’ipotesi del prepensionamento, il governo accelera sulla cancellazione del trattenimento in servizio, cioè la possibilità di rimanere al lavoro anche dopo l’età della pensione. La modifica dovrebbe riguardare anche i magistrati, che oggi da 70 anni possono spostare il pensionamento effettivo a 75 anni. Ma la questione è delicata perché ad essere trattenuti in servizio sono molti magistrati, 400, e quasi tutti in posizione di vertice. Per questo sta prendendo quota l’idea di un meccanismo graduale, che lascerebbe in servizio chi è vicino alla fine dei «tempi supplementari» e spingerebbe al pensionamento effettivo chi li ha appena iniziati. Nel decreto ci dovrebbe essere la riorganizzazione delle autorità indipendenti, non solo con la gestione associata dei servizi esterni ma anche con l’impossibilità per i componenti di passare da un organismo all’altro alla fine del mandato. Prevista anche una stretta sulle consulenze per tutta la pubblica amministrazione. Una voce che, nonostante i tagli alla spesa pubblica, pesa ancora per un miliardo di euro l’anno. (Lorenzo Salvia – Corriere della Sera)

Salvi gli incarichi dei dirigenti. Blindati i contratti in corso. Oggi le risposte dei sindacati sulla riforma. Il governo lancia messaggi distensivi

Francesco Cerisano. La riforma della p.a. non applicherà da subito ai ingenti. Perché gli incachi in essere all’entrata in vigore delle nuove norme proseguiranno fino alla scadenza naturale. Una transizione soft, dunque, prima di intraprendere un nuovo modello di carriera, legata ai risultati e con contratti esclusivamente a tempo determinato. Ma soprattutto con la concreta possibilità per i manager di essere licenziati qualora restino senza incarichi per un certo periodo di tempo. Il chiarimento è contenuto nel documento che il ministro della funzione pubblica, Marianna Madia, e il premier Matteo Renzi hanno inviato ai sindacati come base di partenza per tentare quella che già si annuncia come una difficile concertazione. Le organizzazioni maggiormente rappresentative dei lavoratori (Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Uil-Pa) replicheranno oggi alle proposte del governo con una piattaforma unitaria. Ma le indiscrezioni che trape lano sui piani di Renzi e Madia non lasciano dormire sonni tranquilli soprattutto ai manager pubblici. Si parla infatti di un doppio livello di provvedimenti.

 Il Cdm di venerdì dovrebbe approvare un disegno di legge molto corposo, composto da una cinquantina di articoli, con le norme di carattere ordinamentale e un decreto legge più snello in cui le ragioni di necessità e urgenza sarebbero giustificate dall’esigenza di generare risparmi grazie ai tagli agli sprechi e alla riorganizzazione complessiva della p.a.. Ma si parla anche di un salario di risultato dei dirigenti pubblici ancorato alla crescita del Pil. E circolano percentuali, per il momento fantasiose, che farebbero scattare il bonus, solo se nel 2014 il prodotto interno lordo crescerà dell’1,3%. Un obiettivo non realistico visto che le previsioni più ottimistiche (quelle del governo nel Def) parlano di un +0,8% mentre quelle più fosche fissano l’obiettivo allo 0,5%. Intanto, in attesa del Cdm di venerdì, il governo lancia messaggi rassicuranti ai sindacati. Le riforme, si legge nel documento inviato alle sigle, non toccheranno i livelli occupazionali, soprattutto là dove sono in arrivo tagli e accorpamenti. È il caso, per esempio, della fusione tra Aci, Pra e Motorizzazione civile. Ma anche dell’accorpamento delle prefetture che verranno ridotte a non più di 40 (una per capoluogo di regione più quelle concentrate nelle zone strategiche per la lotta alla criminalità organizzata), «assicurando sempre un attento presidio del territorio». E anche sul fronte della razionalizzazione delle partecipate (su cui ieri è arrivata una dura reprimenda da parte della Corte dei conti che ha evidenziato, nelle aziende totalmente in mano pubblica, una netta sproporzione tra perdite di esercizio pari a 506 milioni e utili pari a 350 mln) le misure saranno chirurgiche. «Non pensiamo a interventi orizzontali e non selettivi», rassicura il governo. I sindacati stanno alla finestra. (Italia Oggi)

Riforma dipendenti pubblici, trasferimenti e stretta sui premi. Per i manager bonus legati a crescita

Quaranta chilometri. O forse cinquanta o trenta. Il limite nero su bianco ancora non è stato ancora messo, ma il principio sì. I dipendenti pubblici, per evitare il licenziamento, potranno essere trasferiti da una sede ad un’altra, e anche da un comparto (per esempio una provincia) ad un altro (per esempio un tribunale) senza il loro assenso, ma ci sarà un limite di chilometri dalla residenza oltre il quale non si potrà andare.

E nemmeno gli stipendi potranno essere tagliati per tutti coloro che saranno trasferiti «d’ufficio». Sono questi i due paletti che renderanno più «digeribile» la mobilità obbligatoria per gli statali, il meccanismo che il governo ha intenzione di mettere in campo per «assicurare una migliore e più efficiente gestione delle risorse umane». Un primo sasso lanciato dal governo in uno stagno immobile, se è vero, come è stato stimato, che in media soltanto un impiegato su mille ha cambiato amministrazione e solo uno su cento si è trasferito da un ufficio all’altro. La mobilità, sia quella volontaria che quella obbligatoria, insomma, fino ad oggi non ha mai funzionato. Proprio da qui parte la sfida del governo.

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11 giugno 2014 

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