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Spending review. Meno sgravi fiscali per 2,4 miliardi, dalle imprese alle ristrutturazioni. E si punta poco sulla riforma della Pa

Una riduzione delle agevolazioni fiscali da circa 2,4 miliardi e altri tagli alla spesa per circa 7,2 miliardi. Totale: 9,6 miliardi nel 2016. Sfogliando i quattro tomi (più sei allegati) di cui è composto il Documento di economia e finanza 2015, non c’è modo di ricostruire con maggiore dettaglio la spending review che dovrebbe andare a disinnescare, in parte, il mancato aumento dell’Iva contenuto nelle vecchie clausole di salvaguardia.

«E infatti ci stiamo ancora lavorando — spiegano dal gruppo di lavoro che gravita intorno a Palazzo Chigi —: faremo i numeri nella legge di Stabilità, con un orizzonte temporale di un paio d’anni». Quanto alle tre cifre contenute nel Def, «Ci possiamo arrivare», è il commento.

Di «tax expenditures» ne sono state monitorate 720 nel rapporto Ceriani, classificate in base a 14 codici, i primi tre a segnalare quelle con la maggiore protezione. Ci sono le detrazioni del 19% delle spese mediche, quelle del 36% sul recupero edilizio e del 55% per il risparmio energetico, oppure quelle degli interessi passivi sui mutui. Del gruppo intoccabile fanno parte le detrazioni per il coniuge, i figli e i parenti a carico che riguardano circa 12 milioni di contribuenti. Su 260 miliardi di euro di detrazioni, 83 miliardi garantiscono il rispetto di principi costituzionali, evitano doppie imposizioni o garantiscono il rispetto degli accordi internazionali e la compatibilità con l’ordinamento comunitario.

Gli sgravi su cui c’è via libera al taglio, spiegano i tecnici, vengono definiti come quelli che la politica nel tempo ha assicurato a alcune categorie, in una sorta di rapporto di scambio. Ma ci potrebbero essere sorprese anche per gli incentivi destinati a sollecitare il recupero edilizio e il risparmio energetico, le cui percentuali di detrazioni potrebbero calare di qualche punto, come già, del resto si era provato a fare.

L’ultima voce del capitolo fiscale della spending , esplicitata nel Def, riguarda la «creazione di un sistema di tracciabilità telematica delle transazioni di business : fatture e corrispettivi giornalieri».

Sul fronte della riduzione delle spese, il secondo step della spending , avviata con la legge di Stabilità 2015, non piacerà alla Regioni. Si tratta della riduzione a 35 delle centrali d’acquisto, presso cui diventa obbligatorio approvvigionarsi, a partire dal 2016, e dell’applicazione del controllo dei prezzi unitari d’acquisto da parte dell’Autorità anticorruzione su tutto e per tutti. «L’impegno per il biennio 2015-16», si legge nel Def, è di utilizzare questa infrastruttura oltre le categorie dei prodotti farmaceutici e dei dispositivi medici, estendendola a «energia, sanità, telecomunicazioni, sistemi informativi, alimenti, servizi di ristorazione, viaggi, servizi bancari, postali e assicurativi, manutenzioni».

A questo scopo, continua il Def, «sarà necessario apportare alcuni aggiustamenti (alla normativa, ndr ), con particolare riguardo alla possibilità di estensione dell’obbligo di approvvigionamento tramite i 35 soggetti aggregatori agli enti locali nel loro complesso», comprese dunque Regioni e aziende sanitarie, «pur nel rispetto delle peculiarità delle diverse amministrazioni interessate», cioè dell’autonomia. Il riordino avverrà tramite un disegno di legge delega per il riordino della materia. Vago resta invece il richiamo a razionalizzazione e efficientamento delle aziende partecipate, limitandosi a una «particolare attenzione» al trasporto pubblico locale, per il quale si prefigura «la revisione dei meccanismi di finanziamento pubblico e l’apertura alla concorrenza», e alla raccolta dei rifiuti.

La spending 2016 sembra puntare poco per ora sui risparmi prodotti dalla Delega della Pubblica amministrazione, che sta per essere licenziata in Senato (per tornare alla Camera). Unico strumento di risparmio indicato è la riorganizzazione delle sedi periferiche.

Antonella Baccaro – 12 aprile 2015 

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