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Strappo di Londra: ci teniamo le agenzie Ue. Davis, segretario britannico per la Brexit, si oppone allo spostamento delle Authority di banche e farmaci

Emanuele Bonini. Nessuno tocchi le agenzie europee con sede a Londra. Il segretario britannico per la Brexit, David Davis, surriscalda il clima pre-negoziale con i partner dell’Ue reclamando per sé gli organismi che attorno all’Ue ruotano, e che presto o tardi dovranno traslocare a causa della rinuncia britannica al progetto comunitario. Autorità bancaria europea (Eba) e Agenzia europea per i medicinali (Ema), nel rispetto delle regole, devono stare in Stati membri, cosa che il Regno Unito non sarà più. Lo spostamento è dunque inevitabile. Oltre Manica lo vorrebbero il più tardi possibile, nel continente invece quanto prima. Si litiga, come spesso avviene nei divorzi.

In Commissione europea si bolla la vicenda come «vecchia», in quanto sorta sin da subito, dal momento del referendum che ha decretato la Brexit. Peccato che un po’ come tutto il dossier, se non c’è nulla di nuovo non c’è neppur ancora una soluzione. Non c’è una decisione sulle sedi di Eba ed Ema, che sarà legata ai negoziati di uscita di Londra, fa sapere l’ufficio di Davis. L’esecutivo comunitario non replica. I negoziati veri e propri non sono cominciati, e non si vuole dire niente per paura di pregiudicare tutto.

Ema ed Eba

Che i Ventisette vogliano fare in fretta però non è un mistero, tanto è vero che alcuni governi già lavorano al trasloco delle due agenzie. Le agenzie distaccate dell’Ue nascono per aiutare gli Stati membri ad attuare le politiche comuni. Risalgono agli anni Settanta, ma sono cresciute in numero a partire dagli anni Novanta. L’Ema esiste dal 1995, l’Eba dal 2011, ed entrambe sono oggetto del desiderio per più Paesi. Danno prestigio, e alimentano l’economia. Sull’Eba c’è però la «prelazione» del Lussemburgo, che gioca in punta di diritto. L’articolo 10 della decisione sulle sedi comunitarie allegata al Trattato di fusione (1965), stabilisce che i governi degli Stati membri «sono disposti ad installare o a trasferire a Lussemburgo, purché ne sia garantito il buon funzionamento, altri organismi e servizi comunitari, segnatamente nel settore finanziario». Se la dovranno vedere i governi.

L’Agenzia del farmaco piace all’Italia, che la vorrebbe a Milano. Vale 900 addetti (con famiglie al seguito), più le circa 36 mila persone che vi si recano ogni anno. Gente che spende nell’economia locale. Ma vale anche un centro di potere, un polo di attrazione per tutte le aziende del settore, multinazionali in testa. Il tutto con un italiano alla guida (Guido Rasi, attuale direttore). Palazzo Chigi, prima con Matteo Renzi e adesso con Paolo Gentiloni, ha avviato la corsa all’agenzia, che ingolosisce anche Irlanda, Danimarca, Paesi Bassi, Spagna e Svezia.

Londra però frena gli appetiti delle altre capitali. Non vuole traslochi in tempi brevi, e ogni azione in senso contraria viene letta come ritorsiva e ostile. Se è vero che il Regno Unito resta membro a pieno titolo finché non esce del tutto, allora le due agenzie restano per tutto il tempo necessario. Davis rivendica un diritto legittimo, e contemporaneamente fa pressioni in vista dei negoziati che si apriranno a breve. Il trasloco rapido della agenzie europee in terra britannica dipenderà dalla contropartita Ue. E’ il messaggio del ministro responsabile per la Brexit, che di fatto inizia a tastare il tavolo negoziale.

La Stampa – 18 aprile 2017

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