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Tagli ai vitalizi, scatta subito la rivolta degli ex consiglieri regionali: già 60 i ricorsi al Tar. Ma la Regione resiste al ricorso. Ruffato: andremo fino in fondo

Tu Regione Veneto mi tagli il vitalizio e non mi dici neanche perché? Ma quella “pensionistica” è materia di competenza dello Stato, non di Clodovaldo Ruffato o di Luca Zaia. Ergo, ecco le carte bollate. Così ben 60 ex consiglieri regionali del Veneto – alcuni anche ex parlamentari beneficiari anche di altro assegno – hanno fatto ricorso al Tar contestando il “taglio” del vitalizio disposto dall’assemblea legislativa di palazzo Ferro Fini.

«Non è l’associazione degli ex consiglieri regionali che io presiedo – specifica Aldo Bottin – a fare il ricorso, ma sono stati i singoli colleghi». Tutti rappresentati dall’avvocato Maurizio Paniz, bellunese ex parlamentare di Forza Italia. La contestazione riguarda la delibera dell’ufficio di presidenza del consiglio regionale del Veneto numero 6 dello scorso 27 gennaio in attuazione della legge regionale numero 43 del 23 dicembre 2014.

La norma in questione dispone la riduzione – a partire dalla mensilità di gennaio 2015 – dell’importo lordo mensile del vitalizio degli ex consiglieri e degli ex consiglieri titolari di altri assegni con un reddito superiore a 29.500 euro annui lordi. Il “taglio” è temporaneo, sarà applicato per due anni, e varia a seconda del reddito. Chi ha un vitalizio fino a 2mila euro al mese dovrà rinunciare al 5% (in pratica 100 euro al mese). Chi prende da 4.000 a 6.000 euro al mese dovrà rinunciare a 260 euro più una quota pari al 10% sulla parte eccedente i 4.000 euro.

Occhio: l’aliquota aumenta del 40% per chi ha il vitalizio della Regione e anche quello del Parlamento italiano e/o del Parlamento europeo.

Questo “contributo di solidarietà” – come è stato definito a Palazzo Ferro Fini per rispondere ai tempi di crisi e alla volontà di contenere i costi della politica – è stato da subito contestato dall’Associazione degli ex consiglieri presieduta da Aldo Bottin. E a nulla sono valse le spiegazioni del presidente del consiglio regionale del Veneto, Clodovaldo Ruffato che subito dopo l’approvazione della legge aveva quantificato il risparmio: «I calcoli che abbiamo realizzato ci permettono di affermare che in questo modo realizzeremo contenimento dei costi per 690mila euro all’anno. Ciò significa che nei prossimo triennio avremo risparmiato circa 2milioni di euro. Contiamo di chiedere all’assessore competente che questi soldi possano finire direttamente nel settore sociale: sarebbe il completamento di un’operazione che tutti i partiti regionali hanno condotto con grande coesione».

Ma gli ex consiglieri regionali non hanno accettato il taglio. E 60 di loro su 226 che percepiscono il vitalizio o l’assegno di reversibilità si sono affidati all’avvocato Paniz. Le contestazioni sono almeno tre. Primo: la legge sui tagli ai vitalizi non spiega perché si fanno questi tagli, il che, seguendo l’avvocato Paniz, comporta che il provvedimento è «arbitrario ed irragionevole». Ossia: mancando lo scopo del provvedimento non si possono imporre «pesanti sacrifici a carico di una sola determinata categoria». Qui si potrebbe obiettare: i consiglieri regionali in carica si sono autoridotti l’indennità, se i costi della politica vanno ridotti deve valere anche per chi grazie alla politica prende uno o più vitalizi, no? I sessanta dicono di no: il vitalizio non solo è un «diritto acquisito», ma deve anche intendersi come «contributo per il reinserimento sociale dopo la cessazione del mandato consiliare».

Secondo capitolo, i risparmi: il ricorso cita un articolo del Gazzettino in cui Ruffato dice che il bilancio del consiglio regionale del 2014 ha chiuso con oltre 2 milioni di risparmi. Quindi perché tagliare i vitalizi? – si chiedono i 60 ricorrenti. E per farne cosa, poi? Tra l’altro, aggiungono – ed è il terzo motivo del ricorso – la materia previdenziale non è di competenza della Regione ma dello Stato. Vedremo cosa dirà il Tar, se annullerà la delibera o se trasmetterà gli atti alla Consulta.Il Gazzettino – 27 febbraio 2015

Vitalizi, la Regione resiste al ricorso. Ruffato:«Andremo fino in fondo». Morosin: «Ho rinunciato, privilegio scandaloso»

VENEZIA Affrontando il tema di petto, armati di calcolatrice, stiamo parlando di un risparmio calcolato dalla Regione non superiore ai 700mila ero l’anno. Una cifra che, suddivisa per i 226 ex consiglieri regionali (più 45 casi di reversibilità) ai quali spetta il vitalizio pensionistico, significa poco più di 3mila euro di decurtazione media per ciascuno di loro. Cioè, sempre in media, 2-300 euro al mese.

Di questo stiamo parlando. Ed è per difendere questa folle cifra che sessanta ex consiglieri, assistiti sul piano legale da un signore del foro come Maurizio Paniz (pure lui ex, ma del Parlamento), hanno presentato puntiglioso ricorso al Tar contro una legge regionale, approvata alla fine dello scorso anno. Stabilisce, quella legge, che nel meccanismo di erogazione dei vitalizi venga introdotto – pro tempore e fino al 2017, mica per sempre – un sistema di decurtazioni così concepito: il 5% per gli assegni mensili fino a 2mila euro; l’8% tra 2 e 4mila euro; il 10% tra 4 e 6mila euro; il 15% oltre i 6mila euro (ebbene sì, ci sono anche vitalizi superiori ai 6mila euro al mese).

Insomma, più che un taglio vero e proprio, un contributo di solidarietà. Alla misura viene applicata una maggiorazione del 40% quando i beneficiari godono di un doppio vitalizio: oltre a quello regionale, un secondo di derivazione parlamentare (nazionale o europea).

Che siano destinati a vincerlo, questo benedetto ricorso, è cosa assai probabile. Illustri giuristi hanno già messo le mani avanti, ricordando l’incrollabile principio secondo cui nulla si può modificare in maniera retroattiva – i diritti acquisiti non si toccano! – se non mettendo mano alla legge delle leggi, la Costituzione.

Anche il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti (Scelta Civica), che dei vitalizi è un nemico giurato, l’ha messo in conto: «L’intervento di riduzione deve farlo il Parlamento, non il singolo consiglio regionale. Finché le regole sono queste, non mi stupisce che gli ex consiglieri facciano ricorso al Tar e non mi stupirò se lo vinceranno. L’unica soluzione inattaccabile è un intervento sulla Costituzione».

Il vago sospetto è che tutto questo lo sapessero benissimo anche gli attuali consiglieri regionali, nel momento in cui sono andati a intaccare per legge i vitalizi dei loro precedessori. Da questo primo sospetto ne discende un secondo: se lo sapevano benissimo, c’è il dubbio che abbiano fatto una legge per solleticare senza troppo sforzo le pulsioni anti-casta e anti-privilegi di un elettorato sempre più maldisposto verso i benefici economici della classe politica.

E’ esattamente di questo parere Franco Frigo (Partito Democratico), uno dei sessanta che hanno sottoscritto il ricorso. E non uno qualsiasi: Frigo, 64 anni, da Cittadella (Padova), è stato, sia pure per un periodo ristretto, presidente della Regione al crepuscolo della Prima Repubblica; si è fatto 15 anni in consiglio regionale e ha maturato il ragguardevole vitalizio di 4.752 euro mensili. «Il provvedimento del consiglio regionale – afferma – è il segno di una deriva populista, l’hanno fatto esclusivamente per compiacere l’opinione pubblica e guadagnarsi qualche consenso. Non risolve nulla e non incide nel merito della questione. Perciò – aggiunge Frigo, con riferimento al ricorso al Tar – fare un po’ di resistenza mi è sembrato giusto».

E se bisogna andare davanti a un giudice per ristabilire la situazione di partenza, Frigo preferisce farlo alla luce del sole: «Degli effetti del ricorso beneficeranno, nel caso, tutti gli ex consiglieri, anche quelli che non si sono rivolti all’avvocato. Io non voglio che mi si dica che me ne sono rimasto acquattato e nascosto, ad aspettare che il Tar decidesse: se c’è da combattere una battaglia legale, combattiamola a viso aperto».

Domanda: ma questo tipo di vitalizi non è il retaggio di un sistema che non si regge più? «I vitalizi per i politici esistono in tutta Europa – risponde Frigo -. L’alternativa è che facciano politica soltanto i dipendenti pubblici (l’ex consigliere padovano, per inciso, è ingegnere e architetto libero professionista, ndr), ai quali l’ente in cui sono eletti continua a pagare i contributi per la pensione ordinaria. Piuttosto – consiglia Frigo -, se non vogliamo mandare in fallimento lo Stato italiano, sarebbe il caso di retrodatare anche agli ex eletti il sistema contributivo per calcolare il vitalizio».

Rigetta ogni sospetto di facile populismo il presidente del consiglio regionale, Valdo Ruffato (Ncd), che è stato tra i più attivi sostenitori della legge che ha decurtato per i prossimi tre anni i vitalizi degli ex consiglieri.

«A quei sessanta che oggi fanno ricorso – sottolinea Ruffato – torno a ripetere ciò che dissi nel giorno dell’approvazione della legge: non si può fare finta di non vedere cosa è successo in questi anni di crisi nel mondo reale che ci sta attorno, sarebbe pericolosamente miope. Chi ha di più è giusto che divida qualcosa, sono il buon senso e un principio di equità a richiederlo».

Detto questo, Ruffato non arretra di un passo davanti alle bellicose rivendicazioni degli ex: «Difenderemo la nostra scelta davanti al Tar. Resisteremo in giudizio contro il ricorso dei sessanta e andremo fino in fondo».

Eppure, la mosca bianca esiste. Nella platea dei 226 eletti che sono passati da palazzo Ferro Fini, ce n’è uno che è lontanissimo dall’idea di alzare barricate legali onde salvare il vitalizio pieno, per il semplice motivo che lui, il vitalizio, non lo ha mai preso nè intende prenderlo.

Parliamo di Alessio Morosin, avvocato veneziano e leader della formazione Indipendenza Veneta, che dal 1995 al 2000 è stato in consiglio regionale per la Liga Veneta. Morosin, che compirà quest’anno i 60, secondo le vecchie regole avrebbe potuto cominciare a incassare il vitalizio 5 anni fa: «Invece non l’ho fatto – dice convinto -, in silenzio e senza dare alcuna pubblicità alla mia decisione, perché ritengo che i vitalizi siano una cosa fuori dal tempo, un privilegio scandaloso. Io vivo della mia professione, ogni mattina mi alzo alle 7 per andare in studio e mi sta bene così: quei 2mila euro al mese di assegno potevano anche farmi comodo, ma posso guardare negli occhi le persone senza sentirmi un beneficiato».

Per la cronaca, Morosin in cinque anni ha lasciato nelle casse della Regione qualcosa come 120mila euro. Da solo e senza pericolo di ricorsi al Tar. Il Corriere del Veneto

1 marzo 2015 

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