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Un ghepardo «a passeggio»: allarme al Parco Natura Viva

Il felino era uscito dal suo recinto, nell’area del Safari, arrivando fino quasi all’ingresso. La professionalità degli addetti ha evitato il panico. Il direttore tecnico Sandri: «Emergenza risolta in breve tempo e senza narcotizzare l’animale»

Pastrengo e Bussolengo. «Scusi, per caso vi è scappato un ghepardo?». La domanda, per niente retorica, arriva da un visitatore alla cassa del Parco Natura Viva di Pastrengo domenica mattina, festa della mamma, poco dopo le 10. «È uno scherzo?», è scritto in faccia alla basita operatrice all’ingresso. Invece il felino è effettivamente «a passeggio» pochi metri più in là, nel corridoio riservato alle auto, proprio a due passi dall’uscita del percorso dedicato al safari, verso la «libertà». Ma basta poco più di un quarto d’ora e, predisposto dai keepers del parco-zoo il cordone d’emergenza per evitare la fuga dell’animale, l’esemplare rientra di buon grado e senza conseguenze per lui e per le persone nel suo recinto, scortato dal suo curatore Francesco. Protagonista dell’insolito diversivo è Muky, giovane esemplare di quattro anni, l’ultimo arrivato dei tre ghepardi maschi ospitati dal parco. Ma la voglia di libertà, stavolta, non c’entra. «È la prima volta che accade e di sicuro non è uscito perché lì stava male», spiega Camillo Sandri, direttore tecnico del Parco e curatore generale della collezione biologica. «L’animale era nel suo reparto quando è stato probabilmente attratto da qualcosa verso l’esterno, forse il cane di un visitatore nel parcheggio a pochi metri di distanza in linea d’aria. L’operatore che è deputato al controllo di quell’area lo ha visto effettivamente infilarsi dietro un’auto dei visitatori del safari e passare attraverso uno dei doppi cancelli che si trovano all’ingresso e all’uscita di ogni recinto. Ma vista la proverbiale velocità del felino non è riuscito a bloccarlo in tempo. Così ha subito lanciato l’allarme». Il protocollo di sicurezza parte subito a spron battuto: cancelli del parco sbarrati, vietato entrare per i nuovi visitatori, mentre le auto già all’interno vengono fatte defluire. Intanto veterinari e curatori si dirigono verso il felino, che nel frattempo, spaesato perché fuori dal suo habitat, si è nascosto in una siepe. Ma prima di provare a sedarlo colpendolo con un fucile carico di narcotizzante (una procedura più lunga oltre che più invasiva per l’animale), si prova a farlo «ragionare». «Il ghepardo è, tra i felini, uno dei meno aggressivi verso l’essere umano», continua Sandri. «Non ha artigli possenti e la dentatura è leggera e sottile: tanto che quest’animale, il più veloce di tutti in natura, che arriva anche a 110 chilometri orari, si fa spesso portare via le prede, una volta catturate, dagli altri. In molti parchi del nord Europa, per questo, gli operatori entrano liberamente in contatto con gli esemplari di questa specie, mentre qui, noi, manteniamo sempre, comunque, una barriera. E per trasmettere loro un segnale di minaccia, in caso di necessità, ci muoviamo avvicinandoci leggermente con l’auto, che per loro rappresenta un’inibizione. Stavolta, invece, visto che era spaventato, con il più esperto tra i keeper dei felini, Francesco, abbiamo deciso di provare a richiamarlo». Come? Il sistema è lo stesso che i curatori utilizzano ogni giorno per spostare gli esemplari dagli spazi per la notte al recinto esterno e viceversa: un training fatto di parole, pronunciate con tono di voce rassicurante, che l’animale riconosce come ordini ed esegue, attendendosi come risposta una ricompensa, ovvero un bocone di cibo. «Francesco ha inziato a “parlargli” come al solito, finché Muky lo ha riconosciuto e si è tranquillizzatio: a quel punto è bastato poco, il ghepardo ha inziato a rispondergli con il suo consueto verso e ha seguire Francesco che, a piedi, lo ha scortato nel suo recinto, mentre io e altri colleghi lo tenevamo sotto tiro, da lontano, col fucile con l’anestetico». Tutto, quindi, si è risolto in breve tempo e senza panico tra i visitatori. «I nostri operatori sono tutti professionsiti con alle spalle un lungo lavoro di preparazione», conclude Sandri. «Pur nell’emergenza abbiamo dimostrato che le procedure che quotidianamente utilizziamo, funzionano bene».

L’arena – 16 maggio 2013

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