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Veneto. Province, 1356 esuberi ma la riforma è in ritardo. Sugli stipendi rimpalli tra Regione e governo. Deleghe da distribuire

Nuovi tagli, tra gli enti è scontro su chi debba pagare. Muraro: «Nessuno risponde, per ora facciamo noi». È in alto mare il riordino delle Province, al punto che Leonardo Muraro, presidente di quella di Treviso e dell’Upi, in marzo ha scritto otto lettere alla Regione, firmate pure dall’Anci, per chiedere lo sblocco della situazione. Invano, nessuna risposta.

In ballo c’è il futuro di 1356 dipendenti in esubero, che non sanno ancora che fine faranno dopo il taglio del 50% del personale degli enti citati stabilito dalla legge Delrio. Che aveva anche imposto alle Regioni di deliberare, entro il 31 dicembre 2014, quali deleghe assorbire, quali lasciare alle Province e quali trasferire ai Comuni, indicando nuova destinazione e funzioni degli esuberi. E invece Palazzo Balbi si è limitato a prorogare il tutto di un anno.

«Ma nel frattempo la legge di stabilità ha tagliato un altro miliardo di euro alle Province, circa un terzo del bilancio di ognuna — denuncia Muraro — Treviso, per esempio, ha dovuto rinunciare a 18.864.000 euro. Eppure, nonostante le risorse ridotte, siccome la giunta Zaia non ci dice cosa fare nè sulle funzioni primarie nè su quelle secondarie, dobbiamo continuare ad accollarci la spesa del personale. Il che significa cercare avanzi di bilancio ma anche togliere servizi al cittadino». Ci rimettono per esempio la manutenzione delle strade e della scuole, il Sociale, la Cultura e la Protezione civile. «Noi abbiamo chiesto che quest’ultima competenza resti alle Province, come i forestali e la formazione professionale — aggiunge Muraro — mentre il supporto ai disabili, il Turismo e la Cultura passano alla Regione. La quale però tace e allora ci stiamo arrangiando come possiamo». Ogni Provincia ha mandato in quiescienza una cinquantina di impiegati con 40 anni di servizio e qualcuna, come Vicenza, cercando una soluzione sostenibile nelle pieghe della normativa, è riuscita a trasferirne una manciata ai Comuni, che ne avrebbero un gran bisogno. Un’assurdità: le Province devono continuare a versare lo stipendio a gente in esubero, che invece risulterebbe preziosa per municipi, tribunali e Agenzie delle Entrate, anche perché le assunzioni nel pubblico sono bloccate per cinque anni. Poiché però la mobilità può deciderla solo lo Stato in base alla legge attesa dalla Regione, è tutto fermo.

«Il 30 marzo l’assessore al Bilancio, Roberto Ciambetti, ci ha presentato una bozza di delibera sulle nuove funzioni — chiude il presidente dell’Upi — un foglietto A4 con tre articoli davanti e tre sul retro, che nè la giunta nè il consiglio regionale hanno votato. Anzi, l’esecutivo di Palazzo Balbi avrebbe dovuta esaminarla nella seduta del 31 marzo, ma l’ha rimandata». «Il motivo è semplice — spiega Ciambetti — manca la copertura finanziaria. Il governo ha predisposto il riordino delle Province senza corrispondere alle Regioni i soldi necessari a metterla in atto. Lo diciamo da ottobre e mercoledì a Roma c’è stata un’altra riunione tra Regioni, ma la legge non prevede uno stanziamento ad hoc. E’ fatta male, il Veneto per riassorbire 1356 lavoratori deve investire 50 milioni di euro che non ha e che spetta a Roma erogare, attraverso una legge da emanare appositamente. Palazzo Balbi potrebbe assumere al massimo 50 dei lavoratori in esubero. Il governo ha creato questo caos e dev’essere il governo a risolverlo. Troppo comodo dire: il 50% dei dipendenti delle Province deve andare altrove — aggiunge Ciambetti — senza fare un’analisi, un calcolo, una verifica. Quella tra enti è una guerra fra poveri: Palazzo Chigi ha tagliato fondi anche alle Regioni. Comunque, entro il 31 marzo avevamo l’obbligo di emanare un progetto di legge per stabilire quali funzioni restano in capo alle Province, quali passano alla Regione e quali ai Comuni. Lo faremo il 7 aprile». Dopo l’incontro col governo.

Michela Nicolussi Moro – Il Corriere del Veneto – 6 aprile 2015 

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