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Veneto. Quarant’anni di cemento hanno cancellato una provincia

Dossier choc della Regione: «Ora moratoria sulle costruzioni»

VENEZIA — «Là dove c’era l’erba, ora c’è una città» cantava Adriano Celentano, il ragazzo della via Gluck. E ancora gli andava bene, nella Milano degli anni Sessanta, perché se uno guarda al Veneto del 2013, altro che città: qua è sparita una provincia intera, quella di Rovigo. Ci spieghiamo. L’Unità complessa studi, documentazione e biblioteca del consiglio regionale ha passato al setaccio quarant’anni di statistiche e censimenti sull’uso del suolo agricolo nella nostra regione e li ha raccolti in un poderoso dossier il cui verdetto suona come un severo campanello d’allarme (o come una campana a morto?) per un territorio gettato come carbone nella caldaia della locomotiva Nordest. Dal 1970 al 2010 il Veneto ha peso il 18% della sua superficie coltivata, pari a 180 mila ettari, che poi sono 1.800 chilometri quadrati, ovvero l’equivalente della provincia di Rovigo, che misura 1.789 chilometri quadrati. «Solo negli ultimi 20 anni – ha rincarato il direttore dell’Unione Veneta Bonifiche, Andrea Crestani – abbiamo cementificato 51 mila ettari di terreno».

Una precisazione è d’obbligo: non tutta la terra sottratta in questi anni all’agricoltura e stata poi tramutata in palazzi e villini; una parte (seppur marginale rispetto al conto complessivo) è stata semplicemente abbandonata a se stessa, soprattutto nel Bellunese, tra le montagne. La riflessione, comunque, non ne esce sminuita e i dati veneti sono perfino più confortanti di quelli nazionali, che recitano un meno 28% nella superficie coltivata, pari a 5 milioni di ettari che equivalgono a Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna messe insieme. «A questo si aggiunge un ulteriore aspetto negativo – spiega il presidente del consiglio regionale, Valdo Ruffato – e cioè che sebbene i tassi di efficienza nell’utilizzo dei terreni siano cresciuti dal 70,4% del 1970 all’80,5% del 2010, la superficie agricola realmente utilizzata è scesa in realtà dal 54% al 44%. E quando in pianura il terreno coltivato è inferiore alla metà della superficie complessiva, ce lo dicono gli urbanisti, l’equilibrio idrogeologico dell’area è già in potenziale allarme».

Le province che in questi anni hanno «perso terreno» più delle altre sono Belluno (meno 35,9% anche a causa, come detto, dell’abbandono), Vicenza e Treviso (meno 34,2% e 21,6% e in questo caso il motivo principe è l’urbanizzazione). La Marca, in particolare, non è solo tra le province che soffrono il trend peggiore ma anche tra quelle, con Padova, che nel 2011 ha segnato il risultato finale più negativo: il 19% del suo territorio è cementificato mentre Padova è addirittura al 23%, (la media italiana è del 6,7%, dati Istat). «Abbiamo assistito ad un uso dissennato del nostro Veneto – commenta amaro Ruffato – con conseguenze gravi sul fronte ecologico e paesaggistico, ma anche della sicurezza idrogeologica, dell’attrazione turistica e della bilancia alimentare, in deficit crescente». Bene la diagnosi, peraltro arci-nota, ma la cura? «Occorre un cambio di mentalità generale, una rivoluzione culturale. Comincerei da una moratoria sulle nuove costruzioni. Stop. Ci vuole una pausa di riflessione». Ma l’elenco messo a punto da Ruffato è lungo e potrebbe dar da lavorare a giunta e consiglio per un bel pezzo: «Si deve dare piena applicazione alla legge Urbanistica 11 del 2004, vigilando meglio sulle deroghe (come Veneto City, Ikea, autodromi, ndr.) e le norme transitorie; dare priorità al riuso delle superfici edificate, e il Piano casa va in questa direzione; privilegiare il riutilizzo degli edifici esistenti nelle aree rurali (come le vecchie case coloniche lungo la strada per Jesolo, ndr.); promuovere forme di sostegno al reddito agricolo e incentivi alle imprese che si occupano della manutenzione del suolo». I tempi della legge 24, quella che permetteva di costruire mega ville in campagna in barba ad ogni divieto semplicemente «agganciando» un ettaro di terra coltivato da «agricoltori contoterzisti», sembrano insomma archiviati nella memoria.

Puntano il dito contro la speculazione le associazioni degli agricoltori: «Meglio tardi che mai – sbotta Jacopo Giraldo della Coldiretti – noi, che non possiamo delocalizzare, siamo da sempre in prima linea nella difesa del territorio ma da soli non possiamo bloccare la devastazione. Per fermare gli speculatori basterebbe far rispettare le norme esistenti». Non è convinto Valter Brondolin della Cia, protagonista di un duro attacco alla cartiera-macello di Barcon, nel Trevigiano: «Le leggi esistenti non sono sufficienti perché vengono costantemente aggirate. Ci vuole un patto sociale, che metta insieme istituzioni ed imprese». E’ il «cambiamento culturale» di cui parlava Ruffato, sollecitato anche da Adolfo Andrighetti di Confagricoltura: «Da lì poi discende in cambiamento normativo».

Ma gli agricoltori sono davvero scevri di responsabilità? Se lo chiede Franco Bonesso, vice sindaco di Trevignano e membro del direttivo Anci, che ricorda: «In campagna elettorale molti di loro invocavano lo stop al cemento. Poi, una volta nominato vicesindaco, me li sono ritrovati alla porta che chiedevano varianti e cambi di destinazione d’uso» (ma Giraldo di Coldiretti contesta: «Quelli non erano di certo imprenditori agricoli»). Andrea Crestani dell’Unione bonifiche, nel pretendere maggior attenzione agli assetti idrogeologici, ricorda il caso simbolo di ciò che accade sotto quella linea ideale che va da Verona al Veneto Orientale, «dove l’acqua viene fatta scolare solo grazie a 400 impianti idrovori, perché siamo tra zero e meno quattro metri sotto il livello del mare» e dove pure in questi anni «sono stati costruiti 70 mila ettari di cemento» così che, sospira, «garage e sottopassi sono diventati i più grandi bacini di laminazione a disposizione». Chiude Graziano Azzalin, consigliere del Pd: «I numeri ci dicono che non è più tempo per slogan e spot. Occorre una legge che dia ai Comuni, sottoposti a pressioni fortissime e spesso incapaci di fare argine, l’arma migliore per bloccare il consumo del suolo».

Marco Bonet – Corriere del Veneto – 24 maggio 2013

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