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Verso il voto. Via i capilista bloccati e niente voto disgiunto, Camera avanti piano. Così l’elezione è sicura solo per chi è nel listino

Il profumo di urne si spande nell’anticamera della commissione Affari Costituzionali. Ieri, domenica già afosa di giugno e secondo giorno in cui si sono riuniti i costituenti del Germanichellum, il patto a quattro di Pd, M5S, Fi e Lega ha retto alla perfezione. L’unico ostacolo è l’ingorgo che stanno allestendo i piccoli partiti e che sta rallentando il tutto. Si vota, l’accordo a quattro è blindato, ma si procede più lentamente del previsto, anche se l’approdo in aula è confermato per domani. È stato votato l’emendamento taglia-collegi che diminuisce il numero dei collegi da 303 a 233 (i piccoli partiti hanno fatto ostruzionismo). Sono gli stessi collegi del Senato usati con il Mattarellum tra il 1994 e il 2001. Ergo: è sempre più plausibile che si vada a elezioni in autunno. La diminuzione dei collegi favorisce i partiti più grandi (Pd e M5s) che rischiavano di avere qualche eletto in meno nei collegi delle Regioni in cui sono più forti. Ma ieri mattina l’intesa a quattro ha prodotto altri due punti significativi di convergenza fioriti nelle dichiarazioni entusiaste di tutti, soprattutto di Pd e M5S (Tom e Gerry li chiamava qualcuno ieri): «Abbiamo eliminato i capilista bloccati e le pluricandidature, avanti così».

ORLANDIANI SODDISFATTI Cosa vuol dire? In ogni circoscrizione il capolista non sarà più il primo a scattare come eletto, ma verranno prima i vincitori dei collegi uninominali (un bel paracadute per chi se ne avvarrà) e poi i candidati delle liste proporzionali. Infine, via le pluricandidature care a Fi: ci si potrà candidare solo in un collegio e in un listino, e non più in tre listini. Questa è la vera vittoria del M5S. L’eliminazione dei capilista bloccati invece risponde alla minoranza del Pd, degli orlandiani che con Gianni Cuperlo, Andrea Giorgis e Barbara Pollastrini hanno diluito di molto le minacce di dissenso futuro in Aula. Una modifica targata Pd, dunque, ma che ha l’assenso fondamentale dei pentastellati che se la sono intestata in questa fase di intelligenza con il nemico che sta raggiungendo vette altissime che si discostano ampiamente dalle linee generali votate online. Beppe Grillo sul blog dieci giorni la pensava diversamente su collegi e listini: «Per avere un sistema pienamente tedesco occorre assegnare a ogni partito sopra lo sbarramento il numero di seggi esattamente corrispondenti alla percentuale di voti ricevuti. Ciò significa che laddove dovesse capitare che il numero di seggi vinti da un partito nei collegi uninominali eccedesse il numero dei seggi ottenuti nel riparto proporzionale, quest’ultimo deve prevalere, al fine di garantire la piena proporzionalità del sistema come in Germania».

PRELAZIONE COLLEGI Ecco, ieri invece i collegi uninominali hanno avuto la meglio sul listino. «Vi chiedo solo di ricordare che non ci siamo solo noi a decidere» alza le mani Toninelli che sta facendo di tutto per andare al voto il prima possibile (ha chiesto di proseguire i lavori in notturna per rispettare l’approdo in Aula domani). E ci sta riuscendo secondo Luigi Di Maio che da Riccione inaugura la campagna elettorale estiva del Movimento.
È stato respinto invece l’emendamento di Mdp che avrebbe introdotto il voto disgiunto tra collegio e lista proporzionale (ci aveva provato anche il M5S). Il testo del relatore Emanuele Fiano prevede una scheda con la possibilità dell’elettore di esprimere un solo voto per il candidato nel collegio e la lista del partito collegato. L’emendamento di Mdp prevedeva un voto per il collegio ed uno per la lista proporzionale, come era per il Mattarellum e come avviene in Germania.
Un’altra importante novità della trattativa sulla legge elettorale è che sono stati respinti tutti gli emendamenti sulle preferenze. Le voleva Ignazio La Russa (FdI) che a un certo punto ieri si è pure messo a parlare in tedesco per ricondurre i trattativisti a modifiche più adatte al sistema politico italiano. Alfredo D’Attorre (Articolo 1) ha attaccato i pentastellati: «È chiaro – ha affermato – che Grillo si appresta a dire agli elettori per le selezione dei parlamentari ciò che ha già detto per le elezioni comunali di Genova: fidatevi, decido io». «Ladroni di democrazia», questo invece l’epiteto che Arcangelo Sannicandro di Mdp ha rivolto ai quattro partiti che hanno sottoscritto l’accordo sulla legge elettorale per il «no» alle preferenze. Attacchi pungenti anche dagli ex M5S ora Alternativa libera.
«Nelle votazioni di oggi in commissione ci siamo astenuti su tutti gli emendamenti di coloro che non vogliono andare a votare e cercano di sabotare la legge. La battaglia sulle preferenze la faremo in aula». Così Danilo Toninelli (M5S) ha denunciato l’ostruzionismo e anche chiuso la questione preferenze che voleva reintrodurre ma senza troppa convinzione. Passano anche le firme digitali come nuova modalità di raccolta delle sottoscrizioni per la presentazione delle liste. Gli altri punti dell’accordo, annunciati dal capogruppo dem Rosato, riguardano la quota di genere sia tra i candidati nei collegi che nelle liste proporzionali. Solo oggi, tra l’altro, verrà estesa al Senato. Poi è prevista una diminuzione delle firme a sostegno delle liste, come chiedono i partiti piccoli e il meccanismo per il quale se un partito supera il 5% ma non vince nessun collegio in una circoscrizione, viene eletto il suo miglior perdente dei collegi e poi i candidati di lista.

Così l’elezione è sicura solo per chi è nel listino

ROMA Che legge elettorale ci consegnano le ultime modifiche di queste ore? Che cosa vuol dire la riduzione dei collegi uninominali dagli iniziali 303 a 233 (Alto Adige e Valle d’Aosta compresi) e l’eliminazione della prevalenza dei capilista dei listini bloccati nella graduatoria degli eletti?
Entrambe le novità non cambiano nella sostanza la legge che si basa su una regola non scritta: i collegi andranno in gran numero a Pd e M5S (e alla Lega e Forza Italia qua e là nel Nord) ma quasi sempre senza certezze, mentre i listini bloccati, specialmente per il primo e il secondo posto, produrranno in ogni caso molti eletti sicuri sia per i grandi partiti che per i medi (Forza Italia) che per i piccoli sempre se riusciranno a superare la soglia del 5%. Va sottolineato però che i nomi presenti nei listini (da un minimo di due a un massimo di sei) saranno scritti sulle schede elettorali e dunque l’elettore saprà per chi – indirettamente – vota.

IL PALETTO Fissato questo paletto, va detto che le correzioni apportate ieri correggono svarioni o imperfezioni della legge. Uno in particolare: l’iniziale decisione di eleggere 303 deputati (il 50% del totale) con i collegi, in alcune Regioni dove un partito è forte (Toscana ed Emilia il Pd, la Sicilia il M5S) avrebbe impedito l’assegnazione di tutti i collegi ai rispettivi vincitori.
Secondo gli addetti ai lavori si sarebbe trattato al massimo di una decina di casi. Pochi in assoluto, ma abbastanza per assegnare alla legge un profilo di incostituzionalità. E’ bastato il solo sospetto di incostituzionalità (le due precedenti leggi elettorali sono state bocciate in tutto o in parte dalla Consulta) per costringere i quattro partiti dell’intesa (Pd, M5S, Forza Italia e Lega) a rimettersi in riga.
Di qui la decisione di ridurre il numero dei collegi che così verranno tutti assegnati a un vincitore sicuro come è giusto che sia. L’escamotage ha consentito di raggiungere tre risultati con una sola modifica. Primo: come detto, col nuovo testo passano tutti i vincitori di collegio. Due: la legge già stabilisce i nuovi collegi perché sono gli stessi usati dal Mattarellum nel 2001 (per il Senato basta sommarne due in uno) e questo vuol dire che – volendo – si potrà andare a votare anche a settembre. Terzo: di conseguenza è stato possibile eliminare un altro sgorbio del testo originario, ovvero la blindatura di tutti i capilista del listino cui era stato assegnato d’ufficio il primo posto nella graduatoria degli eletti di ogni partito in ogni circoscrizione.

COME STANNO LE COSE Ma davvero i capilista non sono più sicuri della loro elezione? La risposta è sì sul piano formale. Ma nella realtà dei fatti chi otterrà il numero uno delle liste dei principali partiti sarà già sicuro di sedere a Montecitorio. Per capirlo è meglio fare un esempio sul funzionamento della ripartizione dei seggi. Poniamo che nella Circoscrizione Lazio Uno i seggi siano 40 di cui 16 (il 40% del totale) distribuito per collegi. Ebbene poniamo che al primo e al secondo partito vadano 14 seggi e al terzo e quarto 6 seggi. Il primo li coprirà, sempre ad esempio, con 8 collegi e 6 nomi del listino, il secondo con 8 collegi e 6 nomi del listino, il terzo e il quarto con 6 nomi del listino. In questo caso 16 collegi sono stati vinti dai primi due partiti e 24 seggi sono stati distribuiti a quattro formazioni attraverso i listini bloccati. Con la differenza che per la maggiorparte dei 16 collegi non si sapeva a chi sarebbero andati prima dell’apertura delle urne.
In altre parole per ognuna delle 28 Circoscrizioni ci sono almeno 3 capilista, uno ciascuno per Pd, M5s e Forza Italia, sicuri di essere eletti. Si tratta di 74 paracadutati già sicuri. Cui dovrebbero aggiungersi una quindicina di capilista della Lega. Quindi i nominati certi sono almeno 90. Se poi in Parlamento entreranno altre formazioni minori il numero degli eletti automatici salirà ancora.
Da questo punto di vista, tuttavia, vanno aggiunti due elementi che attenuano la pervasività dei nominati. Ieri è stato approvato un emendamento che obbliga i partiti a inserire una donna almeno nel 40% dei posti riservati a capolista. L’altro ieri è stato deciso che un candidato può presentarsi sOlo in un collegio e in un listino. Come in Germania. Il dimezzamento delle pluricandidature (in precedenza erano tre i posti in lista che era possibile occupare) è un’ottima notizia per gli elettori.

IL Messaggero – 5 giugno 2017

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