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Etichetta d’origine della carne trasformata, braccio di ferro Ue: «Difende i consumatori». Ma le lobby alimentari frenano

bresaolaMarco Zatterin. Le domande sono più che legittime. Ci si chiede se sia giusto dire ai consumatori che i prosciutti prodotti in Italia sono di gran lunga più numerosi del doppio dei maiali allevati dalle nostre parti. E se sia opportuno far sapere attraverso l’etichetta che la quasi totalità della bresaola Igp valtellinese ha origini da zebù brasiliani che le Alpi non le hanno viste neanche in cartolina. Interrogativi elementari, certo, e pure ragionevoli, salvo che sulle risposte all’Europarlamento è in corso un duello all’arma bianca. L’industria e i centristi del Grande Nord sostengono che non c’è bisogno di cambiare le regole, perché graverebbero su chi vende e chi compra. I popolari mediterranei, con socialisti e liberali, giurano il contrario: «Chi fa la spesa deve sapere». Si discute da settimane e siamo solo all’inizio.

Gli eurodeputati devono decidere se chiedere alla Commissione Ue di mettere in cantiere un’iniziativa legislativa sull’etichettatura delle carni trasformate, in modo da rendere esplicita l’origine della materia prima, come avviene già coi prodotti freschi, polli, manzi e affini. Non è un meccanismo antifrode, sia chiaro. Esistono norme precise che rendono l’utilizzo di bovini sudamericani sicuro, dunque la salute pubblica non è a rischio. «E’ un sistema che consentirebbe di fare acquisti in modo più consapevole e trasparente», argomenta Giovanni La Via (Ncd), presidente della commissione Ambiente che si è già pronunciata in favore a metà gennaio

I gruppi divisi

Il gruppo popolare è spaccato. Italiani, francesi, austriaci, romeni vogliono l’etichetta. Gli altri, soprattutto i tedeschi, no. Elisabetta Gardini, capogruppo della squadra di Forza Italia, ritiene si debba procedere verso la trasparenza, «predisporre il testo e poi indicare una soluzione che tenga conto di ogni esigenza». Il collega di schieramento Massimiliano Salini la pensa diversamente, vorrebbe che non si cominciasse nemmeno. «Nessuna pregiudiziale in campo socialista», assicura Paolo De Castro (Pd), che precisa: «Quando saremo nel concreto, sarà diverso: ad esempio, bisognerà limitare l’intervento ai monoingredienti». Dunque, prosciutti si, lasagne no, salami forse.

Due numeri spiegano perché siamo arrivati sino a qui. Un sondaggio della Commissione Ue rivela che oltre il 90% dei consumatori vorrebbe conoscere l’indicazione di origine della carne sull’etichetta dei prodotti trasformati. Mentre uno studio afferma che il 30-50% delle carni macellate finisce come ingrediente di altri prodotti alimentari. Per questo l’esecutivo Ue immagina tre scenari: legislazione invariata, con origine dichiarata su base facoltativa; obbligo di indicare se l’origine della bestia è europea o meno; e/o di specificare la provenienza.

Le lobby in campo

La lobby alimentare, anche italiana, è furibonda. «Mi hanno chiamato quelli della bresaola dicendo che se passa sono morto», sospira un eurodeputato italiano, che ovviamente riporta una metafora e non rischia la vita. Fonti industriali riferiscono che «l’obbligo di etichettatura avrebbe effetto sui costi, soprattutto dei piccoli produttori, che consumatori non sono disposti a sostenere». Le imprese puntano sull’autoregolamentazione, tanto che è in arrivo una piattaforma online – «Salumi trasparenti» – che permetterà di verificare il contenuto di centinaia di delizie suine. Basterà? L’Europarlamento vota l’ordine del giorno la prossima settimana. La sua risposta sarà probabilmente «no». Comunque vada, resta il discorso sul senso del «made in». E’ italiano il prodotto fatto all’italiana e in Italia, o quello al cento per cento nostrano? Le imprese propendono per il primo caso. Confronto interessante per il futuro, col volontarismo che avrà senso e seguito solo se tutti saranno trasparenti e faranno bene il loro mestiere.

A favore. “Chi usa prodotti di qualità non ha niente da temere”. Valentini: giusto pagare il valore aggiunto

Alberto Prieri. «Chi lavora bene ed è sicuro di quello che produce e vende, non deve avere alcuna paura di indicare chiaramente sull’etichetta quali siano gli ingredienti che usa». Patrizio Valentini, titolare insieme ai fratelli dell’omonimo pastificio artigianale a Poppi (Arezzo), accoglie con favore l’ipotesi in discussione a Bruxelles per una nuova norma sulla provenienza delle materie prime negli alimentari trasformati.

Come mai questo entusiasmo?

«Nei miei tortelli c’è carne chianina allevata in stalle a pochi chilometri dal pastificio, Prosciutto Toscano Dop e altri prodotti locali perché ho scelto di puntare sulla qualità: indicare la provenienza di tutte le materie prime in etichetta non mi spaventa, anzi può diventare un’opportunità».

In che senso?

«Le nostre paste fresche sono presenti sugli scaffali della grande distribuzione, dove può diventare fondamentale distinguersi dai prodotti di massa. Per questo sto orientando l’intera azienda su un discorso di filiera toscana, con un forte legame al territorio».

I consumatori lo capiscono?

«Certo, basta dare loro le informazioni. Oggi chi acquista fa attenzione alle etichette, anche le casalinghe leggono bene quanto è scritto sulle confezioni prima di riempire il carrello. Per un’azienda piccola come la nostra, che produce intorno ai 2000 chili di pasta al giorno, è fondamentale far conoscere la qualità, per farla pagare quanto vale».

Cioè, di più?

«Se permette, penso che la garanzia di mangiare tortelli ripieni di carne chianina a km 0 assicuri un alto valore aggiunto rispetto alla pasta con ripieno preparato con carne di animali che arrivano dall’Est Europa. Con tutto il rispetto per questi ultimi, l’importante è che chi acquista sappia che cosa c’è nei primi e che cosa c’è nei secondi, per non sentirsi preso in giro. Anche chi utilizza ingredienti esteri, ma è sicuro di quello che fa, non deve aver paura di scriverlo. Io stesso non temo di essere smentito quando rivendico l’uso di eccellenze come Pecorino Dop e Parmigiano perché ho accordi diretti con i consorzi, ai quali mostro anche le ricette: la trasparenza prima di tutto».

Contro. “Per le aziende è un costo. E nel piatto non cambia nulla”. Della Porta: i parametri sono già rispettati

Sì alla tradizione, no all’indicazione della provenienza della carne: si può sintetizzare così la posizione del Consorzio della Bresaola della Valtellina Igp, quella che si fa solo nella provincia di Sondrio a partire da tagli bovini come il magatello e la punta d’anca. L’ingegner Mario Della Porta, presidente del Consorzio, conferma la contrarietà alla legge europea che potrebbe obbligare a scrivere sull’etichetta da dove arrivi la carne.

Perché?

«Il disciplinare di produzione della Bresaola della Valtellina Igp prevede la completa tracciabilità di tutti i lotti di produzione: la materia prima deve soddisfare parametri qualitativi (colore, consistenza) e quantitativi (percentuale di grasso, età dell’animale). Dover riportare queste informazioni sulle singole vaschette comporta investimenti, soprattutto informatici, per collegare le stampanti delle etichette ai registri dei lotti, che spesso sono solo cartacei».

Con quali costi?

«Difficile dirlo, dipende dalle dimensioni dell’azienda e dal suo livello di informatizzazione. Ci siamo confrontati e si è valutato che l’incidenza possa essere superiore al 10% del valore del prodotto. Sarebbe comunque una spesa importante, di cui non abbiamo certo bisogno in questo periodo di crisi».

E la trasparenza verso i consumatori?

«E’ importantissima, ma bisogna vedere quanti siano interessati a pagare il 10% in più per conoscere la provenienza della carne e quanti, piuttosto, non preferiscano comprare una marca che conoscono come seria e di cui si fidano. La qualità della carne non dipende dalla provenienza».

Da dove arriva quella usata dal Consorzio?

«Indicativamente, penso che più della metà sia di provenienza europea; il resto arriva principalmente dal Sud America, dove c’è l’allevamento allo stato brado. La percentuale di carne Italiana è bassa perché in Italia, grazie alle politiche agricole degli ultimi 30 anni, ci sono pochissimi bovini dell’età che serve per fare il nostro prodotto».

La Stampa – 5 febbraio 2015 

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