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L’opinione. Governo a due velocità: pugno di ferro sui rave e piuma sui vaccini. Una scelta identitaria con l’obiettivo di rassicurare il popolo di destra

La Stampa. La scelta del rave di Modena come casus belli per l’introduzione di una nuova fattispecie di reato, epicentro del “pacchetto legge e ordine” con cui Giorgia Meloni ha deciso di debuttare da premier, è forse la più significativa, quella che spiega meglio la direzione imboccata dal nuovo governo. Tra i tanti casi di cronaca che angosciano l’opinione pubblica, dai femminicidi agli abusi sui bambini, dai pazzi liberi di accoltellare gente al supermercato agli stupri, è stato scelto quello che più sollecita l’immaginario che una volta avremmo definito benpensante. Folle di ragazzi riuniti, senza controllo, senza permessi, che si abbandonano a un rito dionisiaco fatto di musica, droghe e stordimento collettivo sono il nemico perfetto per ogni segmento elettorale di FdI, i laboriosi imprenditori del Nord, le partite Iva che tirano la carretta, le famiglie con figli adolescenti.
Inutile sottolineare il doppio registro usato a Modena e a Predappio, mettere a confronto i due raduni e il diverso registro utilizzato: la risposta ufficiale è che Predappio c’è da anni e persino i sindaci Pd hanno sempre tollerato, la verità vera è che nella visione dell’elettorato di destra i rave sono un insopportabile e pericoloso fenomeno di devianza collettiva, Predappio no. E dunque: da domani rischierà fino a sei anni di carcere chi “invade territori ed edifici allo scopo di organizzare raduni di oltre 50 persone”, una soglia così bassa da rendere sanzionabile una qualsiasi festa sulla spiaggia e persino l’incontro occasionale di un paio di classi di studenti. Una norma-bandiera, senza dubbio, ma anche una norma furba. Massimo impatto simbolico e minimo costo politico. Certo non ci saranno rivolte di piazza per il giro di vite contro i rave. Certo non si perderanno voti, come magari sarebbe successo dando la scossa ad altre turbolenze, tipo gli ultras del tifo calcistico o certi cortei di categoria (vedi i tassisti) a cui da anni è consentito esplodere mortaretti e fumogeni in pieno centro. Segue la stessa regola l’altro filone identitario del primo consiglio dei ministri della destra, cioè la fine del cosiddetto “approccio ideologico al Covid”. Ci si limita al ritorno in servizio dei medici obiettori del vaccino, ritenuto segnale sufficiente a marcare il cambio di passo rispetto alle scelte di Mario Draghi. Resta sullo sfondo il richiamo al modello alternativo di Donald Trump e Jair Bolsonaro, i due super-leader che guidarono l’approccio della destra all’epidemia incitando a battere il virus con l’indifferenza, “da uomini”, al massimo con qualche iniezione di disinfettante. E anche qui la svolta va misurata col core-business meloniano. Magari non c’è (ancora) la sanatoria delle multe, magari non c’è (ancora) l’abolizione dell’obbligo di mascherine, ma con un gesto minimo si marca un cambiamento che rassicura l’elettorato dei commercianti, delle piccole imprese, dei laboratori, stufi di spendere in barriere di plexiglass, impianti di aerazione, disinfettante. Mai più ci impicceremo dell’afflusso ai vostri negozi o ai vostri uffici, mai più vincoleremo voi, i vostri dipendenti o i vostri orari di apertura alle quarantene o ad altre simili limitazioni.
Il primo Consiglio dei ministri ci consegna così una risposta piuttosto chiara alla domanda che da molte settimane l’opinione pubblica si pone: di che pasta è fatta questa destra, cosa pensa, cosa vuole, dove porta il Paese? Ecco, questa destra che ha adattato a se stessa tanti aggettivi, sovranista, populista, conservatrice; questa destra che vuole lo Stato forte quando si parla di rave e lo Stato leggero quando si parla di vaccini; questa destra delle regole ma anche delle non-regole, è soprattutto una destra pragmatica. Cerca la conferma del consenso, e se possibile il suo ampliamento, più che la costruzione di un nuovo ordine. Risponde al suo popolo più che a principi astratti. E il suo popolo è l’impasto costruito in vent’anni dalle prassi politiche dei tre alleati-concorrenti – Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e ovviamente Giorgia Meloni – che la neo-premier cavalca, oggi, meglio degli altri due. C’è l’idea di uno Stato-guardiano, certo, ma anche la convinzione che questo guardiano debba fermarsi sulla soglia delle case e dell’intraprendere dei cittadini perché quelli non sono affari suoi. C’è l’idea della forza della legge, di sicuro, ma anche la convinzione che la legge conti meno se costituisce un intralcio a certe libertà. E anche la libertà è opinabile: vale tantissimo in economia, è meno assoluta nel campo dei diritti e persino delle modalità di raduno di più di cinquanta persone.
All’interno di questo immaginario ventennale i pesi si redistribuiscono. Meloni ha attenuato l’imprinting garantista del berlusconismo fermando l’abolizione dell’ergastolo ostativo e la riforma Cartabia che avrebbe reso alcuni reati minori procedibili solo su querela. Ha minimizzato le priorità salviniane in materia di immigrazione, accantonando per ora il ripristino dei Decreti Sicurezza. Prende tempo su reddito di cittadinanza, pensioni, flat tax, innalzamento del limite del contante, non solo perché sarà impossibile mantenere le mirabolanti promesse fatte dai suoi partner ma anche per evitare proteste e ostilità immediate. Ha scelto legge e ordine come argomento del debutto perché è argomento suo, e quindi marca il diritto di primogenitura che ha conquistato il 25 settembre, ma anche perché il gran colpo di fortuna del rave di Modena le ha offerto l’occasione di usare il pugno di ferro evitando temi di legalità assai più scomodi e complessi. Pragmatismo è anche questo: assicurarsi, per quanto possibile, un esordio senza troppi contraccolpi. —

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