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Veneto. Medici, prestazioni aggiuntive per visite ospedale fuori orario, sabato e domenica. Stop libera professione negli studi

1a1a1_0a00aa02_attivita-professionale_672Mentre medici, veterinari, tecnici e amministrativi del pubblico e del privato si preparano a scendere in piazza, domani a Roma, per protestare contro i tagli alla sanità imposti dal governo Monti, l’abbinata spending rewiev-decreto Balduzzi rovescia sul Veneto l’ennesima doccia gelata. Ovvero una scaletta serrata di azioni al risparmio che parte con la cancellazione dell’intramoenia allargata, cioè la possibilità per i dottori del servizio pubblico di esercitare la libera professione al di fuori dell’ospedale di appartenenza, in ambulatori convenzionati. Un’opzione concessa nel 1999 dalla riforma Bindi per dare il tempo alle Usl di ricavare all’interno delle loro strutture gli spazi «idonei e adeguati» ad ospitare questo tipo di attività.

Di rinvio in rinvio, sono passati tredici anni ma ora il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha detto stop: l’intramoenia allargata deve finire il 31 ottobre, con tolleranza massima al 31 dicembre.

E infatti ieri, in un lungo incontro con i sindacati dei medici, l’assessore alla Sanità Luca Coletto e il segretario Domenico Mantoan hanno comunicato che dal primo gennaio 2013 tutti i camici bianchi che esercitano la libera professione (4700 su 8 mila) dovranno farlo dentro le mura ospedaliere. Anche perchè allo scopo il Veneto ha erogato alle Usl 100 milioni e inoltre sta studiando l’eventualità di chiedere a chi fa l’intramoenia di rinunciarvi per assicurare invece prestazioni extra utili allo snellimento delle liste d’attesa, dietro pagamento della Regione. «Sto aspettando il monitoraggio effettuato dai tecnici, però so già che almeno nel 90% dei casi gli spazi per la libera professione negli ospedali ci sono — osserva Coletto —. Per chi si sta ancora organizzando, c’è la possibilità di usufruire temporaneamente di centri esterni collegati in rete». Ma l’Anpo (primari), storce il naso. «Non ci sono locali per tutti — avverte la presidente regionale Donatella Noventa — e comunque gli ambulatori esterni sono più accoglienti, dispongono di segreteria e infermieri che difficilmente il servizio pubblico può garantire. E poi ospitano diversi specialisti, perciò si lavora in team». «Nettamente contrario» l’Anaao (ospedalieri), che con il segretario veneto Salvatore Calabrese rileva: «E’ un problema di equità. Siamo sicuri che l’intramoenia potrà contare realmente su spazi idonei e adeguati come quelli riservati all’attività curriculare? E poi tanti colleghi hanno sostenuto investimenti per i loro studi, che ora rischiano di perdere». «Mi preoccupa l’uso dell’alta tecnologia, come laser, Tac, risonanza — riflette Mario Favazza, segretario regionale della Cimo (ospedalieri) — non vorrei che i dg ci facessero fare le visite private il sabato sera, con grande scomodità anche per i pazienti».

La scure romana impone poi alle Regioni di tornare alla spesa sanitaria del 2004, per di più decurtata dell’1,4%, quando oggi si attesta su quella del 2006. E allora l’esecutivo Zaia ha deciso di accentrare su di sè le assunzioni non solo dei primari ma anche delle figure più importanti, quindi più costose, amministrativi compresi. Il blocco del turn over vige ormai dal 2006, ma mentre finora le Usl potevano chiedere l’autorizzazione a nuove assunzioni alla segreteria della Sanità, adesso il nullaosta dev’essere concesso dalla giunta, che applicherà un maggior rigore. Un provvedimento che si vorrebbe prolungare a tutto il 2013, togliendo di fatto ai direttori generali il controllo sulla voce più onerosa di bilancio, il personale. «Non c’è alcuna volontà vessatoria nè accentratrice — precisa Coletto — dobbiamo arrivare alla spesa 2004 entro il 2015. E’ il risultato di tagli orizzontali su organici, beni e servizi calati da Roma anche alle Regioni virtuose, trattate alla stregua di quelle spendaccione». Ce n’è pure per i dg: chi non raggiungerà gli obiettivi vedrà saltare il premio di produzione per sè ma anche per i direttori sanitario, amministrativo e dei Servizi sociali. In ballo infine i 24 milioni corrisposti alle Usl per comprare prestazioni extra e guardie notturne ai propri medici e che si vorrebbero finalizzare allo smaltimento delle liste d’attesa. (Michela Nicolussi Moro – Corriere del Veneto)

Sanità: medici in ospedale, si cambia. Ipotesi Regione per smaltire liste di attesa

Se i progetti dovessero tradursi in pratica, il Veneto sarà la prima regione italiana e “superare” l’intramoenia (l’attività libera professionale dei medici negli ospedali) introdotta nel 1999 dall’allora ministro della Salute Rosy Bindi. Visto che le liste d’attesa nonostante gli sforzi non si riescono a governare e che sia per il presidente Luca Zaia, sia per l’assessore Luca Coletto quello delle attese sta diventando un vero e proprio cruccio, i tecnici sono al lavoro per trovare una soluzione che sia condivisa.

L’idea che si sta facendo strada in Regione, e sulla quale già si stanno tenendo incontri allargati, è infatti quella di rivoluzionare il sistema della libera professione dentro le mura degli ospedali, introducendo un meccanismo nuovo, che possa essere gradito ai medici, che non li penalizzi, ma che nel contempo permetta di aprire un canale di erogazione delle prestazioni (visite o indagini) nel tutto nuovo.

Il concetto dovrebbe essere “lavora per me (pubblico) e io ti pago adeguatamente”. Non come ore straordinarie che i medici potrebbero continuare a fare, ma sacrificando la libera professione a favore di prestazioni aggiuntive per sostenere le quali verrebbero destinati fondi dedicati.

Il ragionamento prende spunto dal fatto che dei 5mila medici che fanno la libera professione “intramoenia”, la maggior parte percepisce l’anno da questa attività meno di 15mila euro. Pochi quelli che superato tale cifra o che addirittura doppiano o triplicano lo stipendio fisso corrisposto dal sistema sanitario nazionale (cosa che per altro la legge vieterebbe).

Di fatto questi medici rinuncerebbero alla libera professione che andrebbe però “canalizzata” per rispettare i tempi di attesa dei propri assistiti (cioè quelli della propria Asl). E non sono poche le specialità in cui le attese si fanno sentire: oculistica, cardiologia, ginecologia, ortopedia e tutta la diagnostica (ecografie, ma anche Tac, Risonanze e Pet). La legge prevede che ci siano tre fasce di attesa (che devono essere indicate dal medico sull’impegnativa) a seconda che la prestazione sia urgente, possa essere spostata o si possa rinviare anche di settimane.

Ma sul tavolo di ipotesi ce ne sono anche altre, come ad esempio allargare la possibilità di elargire prestazioni fuori dall’orario canonico (ad esempio il sabato pomeriggio, la sera e anche la domenica mattina).

Idee, che la Regione sta mettendo in fila per condividerle, già questa settimana, con le organizzazioni sindacali e con i diretti interessati.

Un progetto che si allaccia anche ad un’altra rivoluzione: far lavorare i macchinari ben più delle 5-6 ore in cui sono oggi impegnati. Da attente valutazioni si è infatti visto che le macchine non sono sempre impegnate e spesso lavorano meno di quanto potrebbero. E questo vale per tutti i tipi di macchinari, sia quelli di alta specialità, sia i più diffusi (come gli ecografi o le apparecchiature per i raggi X).

Anche questo percorso potrebbe risultare fattibile se l’attività “supplementare” venisse supportata appunto dal nuovo regime di “libera professione-lavora per il pubblico”. Tempi? L’idea è quella di fare in fretta: la spending review incombe e diventa indispensabile trovare ulteriori canali di risparmio e di efficienza. (Daniela Boresi – Il Gazzettino – 25 ottobre 2012)

26 ottobre 2012

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