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Mestre. Muore di tumore, ad aprile era stato licenziato perché faceva “troppi giorni” di chemioterapia

oliviero-moglieOliviero Biancato era un operaio di 53 anni dipendente di una ditta a Mestre che produce impianti elettrici. Lo scorso anno si ammalò di tumore. Dopo aver esaurito i giorni di malattia previsti dal contratto nazionale (in tutto 274, da smaltire in tre anni) ricevette, a giugno, la lettera di licenziamento. Arrivederci, si curi definitivamente a casa. Venerdì Oliviero Biancato è morto. Il male lo ha divorato senza possibilità di sconfiggerlo. L’elettricista lascia la moglie, Maria Teresa, 52 anni, che nella vita fa la colf, e un figlio di 24, anche lui operaio. Quella di Oliviero era stata una vita normale, come tante: alti, bassi, passioni, hobby. Di lui, e di un suo gesto di altruismo, si occuparono i giornali anche prima che il suo licenziamento diventasse un caso.

Licenziamento «assurdo e normale, visto che la ditta non ha fatto altro che esercitare un suo diritto previsto dal contratto nazionale» lo definisce con pragmatismo tutto veneto la signora Maria Teresa. Fu quando Oliviero, era nel luglio 2012 e lui stava già male, si tuffò in mare per salvare una donna che si voleva suicidare. L’elettricista stava rincasando in auto assieme alla moglie quando vide un’ombra affiorare da un canale che costeggia le ciminiere di porto Marghera.

«L’EROE DI SAN GIULIANO» – Poco più in là c’era una macchina con lo sportello aperto e quella a pelo d’acqua, con il volto all’ingiù, era una donna che si era appena gettata dal viadotto. Biancato, un omone massiccio, il volto allegro, un brevetto da istruttore subacqueo, si tuffò, la raggiunse in poche bracciate. La salvò. «Ho perso tutto, volevo morire» furono le prime parole di lei. La vicenda venne raccontata dalle cronache cittadine e Oliviero per tutti diventò «l’eroe di San Giuliano», il nome del ponte da cui si era gettata la sconosciuta.

«PUO’ RESTARE A CASA» – Poi il licenziamento. Penultimo atto di questa storia. Oliviero è in chemioterapia da molti mesi per curare quel carcinoma già guarito una prima volta nel 2005. Ma stavolta il male è più bastardo. Serve tempo. Forse troppo tempo, per chi gli dà lo stipendio. Siamo arrivati al 29 aprile 2013. Dall’azienda lo chiamano. Gli dicono di passare in ufficio. Qui aa mano gli consegnano la lettera del benservito» racconta Maria Teresa. Che ripete: «E’ stato fatto tutto in regola, lo abbiamo chiesto anche ad un consulente del lavoro: il contratto nazionale dei metalmeccanici prevede per il datore di lavoro il diritto al licenziamento al termine del periodo di comporto». Ovvero la somma delle assenze per malattia garantite dalla legge.

«NON ME LA PRENDO CON L’AZIENDA» – «Non me la prendo nemmeno con i titolari dell’azienda, è inutile recriminare – prosegue la donna -. Semmai mi chiedo come sia possibile che una disciplina sul lavoro permetta di licenziare chi deve curarsi. A Oliviero non hanno concesso nemmeno l’aspettativa». Quando l’elettricista si è reso conto di non poter più tornare a lavorare si è «chiuso in se stesso, restando a letto». Un aggravarsi che mescolava malattia e depressione sopraggiunta inevitabilmente. Poi l’ultimo atto della storia. «Ora so più cosa dire – è la conclusione di Maria Teresa (nella foto insieme al marito) -. Forse una persona non può ammalarsi se lavora» .

Corriere della Sera – 22 novembre 2013

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