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Misure drastiche o collassiamo. Il virologo Andrea Crisanti: le decisioni di contenimento che sono state adottate sono inadeguate e confuse

Cinturare le regioni libere dal Coronovirus, limitare la libertà di circolazione per tutti. Investire subito Misure drastiche o collassiamo due miliardi in sanità pubblica e ricerca. Se l’epidemia da Coronavirus non sarà contenuta con misure drastiche, si collassa. «Il sistema sanitario in questo momento regge perché non abbiamo ancora raggiunto il picco dell’epidemia», sostiene Andrea Crisanti direttore del laboratorio di Microbiologia e virologia dell’Università di Padova, dove è stato messo a punto all’inizio di febbraio il test europeo per la diagnosi del covid-2019. Crisanti, componente del comitato scientifico chiamato da pochi giorni a supportare la regione Veneto nella lotta all’epidemia, è tranchant: «Serve una politica nazionale coraggiosa, decisa da chi sa come si contiene un’epidemia». Le percentuali diffuse finora su numero di contagi e di morti? «Sono falsate, rilevano solo la punta dell’iceberg».

Domanda. Professore, alcune domande tecniche, per fare chiarezza. Quanto tempo passa, mediamente, fra il momento in cui si contrae il virus e quello in cui si diventa contagiosi?

Risposta. In genere tra i cinque e i dieci giorni. Diciamo che 14 giorni sono un termine prudenziale utile.

D. Fra coloro che non muoiono né sono sottoposti a terapia intensiva, quanti giorni intercorrono, mediamente, fra il momento del contagio e quello della guarigione?

R. Sono variabili, non esistono al momento dati sufficienti per poterlo stabilire. Molto dipende dalle condizioni anche di salute personale.

D. Fra coloro che muoiono, quanto tempo passa, mediamente, fra il momento del contagio e quello della morte?

R. Almeno 10, in media 20, anche 30 giorni.

D. Glielo chiedo per capire a che periodo si riferiscono i decessi di cui parliamo oggi.

R. Lo avevo capito. Guardi che i dati comunicati su contagi accertati e decessi sono solo la punta dell’iceberg. Tutte le percentuali diffuse fotografano una minima parte della realtà. Sono percentuali falsate, non affidabili.

D. Quale potrebbe essere la percentuale di infetti che non può essere diagnosticata e guarisce pensando di avere avuto una semplice influenza?

R. Questo lo sapremo solo quando saranno disponibili i dati di Vo’ Euganeo, dove abbiamo i test di tutti e quindi potremo definire in modo più scientifico l’andamento. Vo’ è diventato, suo malgrado, il più grande terreno di studio epidemiologico a disposizione, un bacino che non ha eguali nemmeno in Cina.

D. Secondo una sua prima stima?

R. È una percentuale non trascurabile, superiore al 20-30%, io ritengo. La malattia sta correndo sottotraccia in Italia da tempo, almeno da metà gennaio. Il virus si è mosso grazie a una comunità di 30-40enni che viaggiano e che sono stati asintomatici, diffondendo il contagio in modo inconsapevole.

D. Quando si dice che R0, ossia il numero di persone che un infetto può contagiare, ha un certo valore (spesso si sente citare 2 o 3), a quale intervallo di tempo si fa mediamente riferimento?

R. Il tasso indicato di replicazione del virus è ininfluente rispetto all’intervallo temporale.

D. Ma lei ritiene che un ammalato possa fare 2 o 3 contagi?

R. No, almeno 4-5.

D. Da cosa dipende la capacità di contagio del virus?

R. Non ci sono modelli sperimentali utilizzabili sul Coronavirus e sapremo qualcosa di più quando finiremo tutte le analisi su Vo’ Euganeo.

D. La letteratura scientifica indica tassi di contagio anche più alti di cinque.

R. Vede, nella lettera scientifica non ci sono valori di R0 esportabili geograficamente, perché il tasso di replicabilità non dipende solo dalla virulenza del virus, ma molto dalla densità della popolazione di un’area, dalle condizioni di igiene, dalle abitudini di vita, dalla mobilità. Faccio un esempio: la poliomelite nel 1930 aveva un R0 di 12 in Italia. Negli Usa era di 4. Lì avevano le fogne, noi no.

D. In un’intervista a ItaliaOggi, Luca Ricolfi stima che alla fine potrebbero esserci 200/300 mila morti se i tassi di contagio fossero quelli comunicati di 2.5 e se la diffusione dovesse essere simile a quella della influenza stagionale e dunque colpire 8 milioni di persone. Una stima pessimistica?

R. È probabile abbia ragione.

D. Se il governo dovesse decidere di massimizzare il numero di tamponi trovando i fondi necessari, quanti tamponi si possono fare in un mese?

R. Ma ormai per i tamponi di massa è tardi. Questa operazione andava fatta su larga scala all’inizio, per fare uno screening di quanti entravano in Italia dalle aree a rischio. Ora i tamponi servono solo per verificare i contagi potenziali di un ammalato e per proteggere il servizio sanitario.

D. In che senso tutelare il sistema sanitario?

R. I medici e il personale infermieristico devono essere protetti. Quello che si deve fare ora è controllare a fine turno ogni operatore, chi è negativo torna al turno successivo, chi è positivo va a casa. Io rischio di vedermi decimato il reparto di pediatria…

D. Potrebbe esserci l’emergenza per i posti di terapia intensiva. Avendo fondi, c’è un limite fisico e temporale per mettere in piedi un reparto?

D. Noi siamo uno dei paesi al mondo con il più alto numero di posti di terapia intensiva. Si possono accrescere del 20 /30% riconvertendo posti letto ordinari. Ad oggi bastano. Il problema di fondo però è un altro. Qui servono misure straordinarie, non stiamo alle prese con un’alluvione o un terremoto. Siamo alle prese con un’epidemia.

D. Quanto servirebbe per mettere in sicurezza il Paese?

R. Servono 2 miliardi per la sanità pubblica e la ricerca, il problema non si risolve dando 500 euro alle partite Iva.

D. Se le dicessero ecco, ci sono i due miliardi, lei cosa ci farebbe?

R. Creerei strutture ad hoc per ricoverare i semplici contagiati, potenzierei l’assistenza a casa degli anziani. E se non vogliamo chiudere tutte le città, se non vogliamo fare come in Cina sospendendo i diritti individuali alla libera circolazione a livello nazionale, perché lo riteniamo un prezzo troppo alto da pagare in termini sociali ed economici, allora dobbiamo investire in modo massiccio in sanità e ricerca. Per assistere un numero crescente di malati e per trovare in fretta un vaccino.

D. Come giudica le misure di contenimento finora adottate?

R. Inadeguate e confuse. Io farei un’operazione molto più drastica, cinturando le regioni, come le isole, dove il virus non è ancora arrivato o dove sono pochi i casi, così da salvare le aree free e concentrarsi sulle zone ad alto rischio. Invece vedo indicazioni e comportamenti discordanti da parte della autorità, c’è molta confusione. Vorrei però fare un chiarimento di fondo.

D. Prego.

R. Questa è un’epidemia di cui vediamo una minima parte, se non conteniamo il virus e non arriviamo all’estate possiamo aspettarci il peggio. In Italia purtroppo manca una cultura della sanità pubblica e del controllo e del contrasto delle epidemie. In Inghilterra, dove ho lavorato per 25 anni, hanno una lunga tradizione. Noi non abbiamo esperti, non abbiamo investito, gli unici, e sono pochi, che sanno qualcosa di controllo delle epidemie e di controllo integrato sono gli studiosi di malaria. Se non si cambia atteggiamento, se non capiamo che questa crisi non si gestisce come se fosse una normale emergenza non ce la facciamo.

D. Quanto serve per avere un vaccino?

R. Almeno 14 mesi, poi va commercializzato. Servono due o tre anni se non quattro per mettere in sicurezza la popolazione. Occorre fare un investimento enorme per cercare di fare prima.

D. L’arrivo della bella stagione ci può dare una mano?

R. Di solito con il caldo le malattie respiratorie diminuiscono. Dobbiamo attendere fine maggio.

D. E il prossimo inverno?

R. Garantito che il virus si ripresenterà. Guardi, tutti noi dovremo pagare un prezzo al Coronavirus, o accettiamo che un numero x, ancora non stimabile, di vite umane venga sacrificato oppure cerchiamo di combattere il virus con misure drastiche di contenimento. Lo ripeto, più sanità pubblica, più ricerca e limitazione delle libertà individuali, come quella di circolazione. Dipende da come decidiamo di pagare. Se non entriamo in questa logica, collasseremo. E saranno gli altri stati a isolarci.

D. Il sistema sanitario regge?

R. Il sistema in questo momento regge perché non abbiamo ancora raggiunto il picco dell’epidemia. Se il virus continua a galoppare, nel giro di un mese siamo alla saturazione.

ITALIA OGGI

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