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Quote di genere nei cda delle imprese, è (quasi) legge

Un terzo degli amministratori delle società quotate in borsa dovrà essere donna: oggi sono il 7%. Una rivoluzione che comincerà tra sei mesi, se la norma approvata dalla Camera sarà votata in tempi brevi anche in Senato. E che avvicinerà l’Italia all’Europa. “Una legge giusta, importante ed equilibrata, che potrà aiutare l’Italia a recuperare il ritardo che ancora sconta rispetto a molti Paesi d’Europa sulla presenza delle donne ai vertici delle società” secondo la Ministra per le Pari Opportunità, Mara Carfagna.

“Un passo in avanti decisivo per abbattere il soffitto di cristallo che oggi frena le possibilità delle lavoratrici italiane nei percorsi di carriera” per la deputata del Pd, Alessia Mosca.

E’ la norma sulla rappresentanza di genere nei consigli d’amministrazione delle imprese, approvata dalla Camera dei Deputati la settimana scorsa, che potrebbe diventare legge dello stato entro la fine dell’anno e quindi divenire operativa nel primo semestre del 2011.

Il nucleo del provvedimento, che riguarda tutte le società per azioni quotate nei mercati regolamentati e quelle a partecipazione pubblica, passa per una modifica al Testo unico dell’intermediazione finanziaria. All’articolo sull’elezione e la composizione dei consigli di amministrazione si aggiunge un comma in base al quale lo statuto delle società dovrà prevedere che il riparto degli amministratori da eleggere e dei sindaci revisori sia effettuato garantendo un terzo dei posti al genere meno rappresentato. La norma si applica per tre mandati consecutivi a partire dai prossimi rinnovi, e in caso di inadempienza prevede che i componenti degli organi siano considerati decaduti dalla carica. Dopo il termine dei tre mandati, si presuppone che il sistema dovrebbe essersi adeguato e aperto alle presenza di entrambi i generi, senza più bisogno di imposizioni esterne.

Ideata dall’on. Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Bellisario e parlamentare del PdL, la proposta ha trovato subito un appoggio bipartisan non solo femminile, sulla scorta della positiva esperienza norvegese (che si sta estendendo ad altri paesi europei) e delle prese di posizione di vari economisti e manager, come l’amministratore delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, o il teorico della meritocrazia, Roger Abravanel. Per tutti costoro, il dato che vede la presenza femminile negli organi amministrativi ridotta al 7% secondo i dati ufficiali della Consob, è non solo indice di discriminazione e di chiusura autoreferenziale dei poteri economici, ma soprattutto fattore di impoverimento per la società e di penalizzazione per le stesse aziende.

Così, ha superato le iniziali perplessità che attraversavano anche Parlamento e governo, e, dopo il parere favorevole del Ministro dell’Economia con alcune modifiche tecniche, ha potuto essere approvata dalla Commissione Finanze della Camera in sede legislativa. Adesso, è attesa al Senato per il passaggio definitivo e le incognite riguardano soprattutto il rischio di una crisi di governo, anche se tutti i gruppi politici hanno garantito l’impegno per una sua approvazione nel giro di pochi giorni.

Lella Golfo è ovviamente entusiasta, e la definisce “una legge equilibrata, che non mina la libertà delle imprese ma le obbliga ad allinearsi agli standard di tutto il mondo per guadagnarne in competitività. E’ una legge di civiltà che non farà bene solo alle donne ma a tutto il Paese, dove l’esercito di laureate si attesta oramai al 60%. Oggi abbiamo dato all’Italia un segnale positivo e di maturità e voglio sperare di iniziare l’anno festeggiando una conquista per la quale mi sono spesa e battuta senza tregua sin dall’inizio della legislatura. Lo merita il Paese e lo meritano le donne”. “Per questo – conclude – con la Fondazione Bellisario abbiamo lanciato il progetto ‘Mille curricula eccellenti’: un corposo database di donne competenti e preparate pronte a ricoprire le poltrone che a breve spetteranno loro per legge. Solo nelle società quotate, le posizioni mancanti su tre anni di rinnovo dei CdA sono 712 in tutto rispetto ai livelli attuali, che vedono le donne appena al 6,8%. Il database è già nutrito e i curricula a noi già pervenuti sono stati certificati da accreditate società di head hunting. A breve lo presenteremo in una conferenza stampa alla Camera e lo metteremo ufficialmente a disposizione non solo delle società quotate e partecipate ma di enti pubblici, ministeri che vi potranno attingere per i loro ruoli di vertice”.

n tutti i commenti sono ovviamente così entusiasti. Per presidente emerito della Corte costituzionale, Antonio Baldassarre, la proposta sarebbe “manifestamente incostituzionale, perché lede la libertà di iniziativa economica e anche la responsabilità economica degli azionisti di nominare gli amministratori”.

La risposta a questa obiezione arriva da Isabella Rauti, ex Consigliera Nazionale di Parità: “Le quote di genere sono un mezzo, non un fine, un ‘male necessario’ per ristabilire la parità fra i generi, che nel mondo del lavoro risulta asimmetrica ed alterata anche da pregiudizi e stereotipi”.

E le fa eco l’on. Alessia Mosca, cofirmataria della legge: “Se c’è un emergenza occorre rispondere con interventi non ordinari, limitati tassativamente nel tempo e funzionali solo a sbloccare una situazione altrimenti irrisolvibile nel breve termine. È vero: se le donne sono brave non hanno bisogno di corsie preferenziali, che, anzi, rischiano di indebolirle. L’argomentazione è plausibile: le quote non sono un meccanismo strettamente meritocratico. Ma attenzione: come tutte le cosiddette “azioni positive” anti discriminazione, esse sono indispensabili per dare una prima, fondamentale, accelerazione a un processo che deve anzitutto riequilibrare degli squilibri. Negli Usa, senza le affermative actions per le minoranze, forse Obama non sarebbe arrivato nel 2008 alla Casa Bianca. In Norvegia, senza un intervento analogo a questo, le donne sarebbero giunte molto più tardi ai vertici dell’economia che conta. Certo che ci vuole ben altro. Certo che ci vogliono l’educazione alla parità di genere, gli incentivi, gli strumenti di conciliazione. E, come sanno tutti, nulla è più difficile e rivoluzionario del passaggio da 0 a 1, da niente a qualcosa”.

kilia.it 7 dicembre 2010

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