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Più sanità solo per chi paga, il Censis: 11 milioni rinunciano alle cure. Fuga (programmata dall’alto) dal pubblico

attesa-300x225Undici milioni di italiani – erano 9 milioni nel 2012 – che rinviano le cure o vi rinunciano del tutto perché non ce la fanno a pagarsele. E una spesa privata per la salute pagata di tasca propria dagli assistiti che ha ormai toccato quota 34,5 mld, il 3,2% e 80 euro a testa in più nel giro di soli due anni. Due dati apparentemente in contrasto, in realtà due facce della stessa medaglia. Perché è insieme l’immagine della crisi e quasi la cronaca di una disfatta per la sanità pubblica in Italia quella che emerge dal rapporto di Censis-Rbm Salute presentato ieri a Roma al Welfare Day sulla sanità integrativa. Una foto di gruppo impietosa, quella scattata dal Censis, che tocca tutti i (tanti) nervi scoperti del Servizio sanitario nazionale. A partire dalla vergogna delle liste d’attesa che poi sono una delle cause principali provocano la fuga dal Ssn e così la ricerca di un riparo presso le strutture e gli ambulatori privati, più rapidi nei servizi e non di rado più convenienti per via dei maxi ticket per la salute. Il rapporto

Per non parlare del vizietto delle cure (a pagamento) e degli interventi in intramoenia con i medici pubblici che riguardano 7 milioni di assistiti. Per arrivare a una qualità via via più scadente dei servizi e delle prestazioni e un gradimento degli italiani che va sempre più scolorando, soprattutto da Roma in giù.

Ecco così dal Censis il check di un Ssn e di un Italia della salute pubblica con tutti i suoi tic spesso anche difficili da comprendere. Un esempio tra i tanti: nonostante 5,4 milioni di assistiti ammettano di aver ricevuto nell’ultimo anno prescrizioni inutili (di farmaci, visite, analisi) dal loro medico – spese sprecate insomma – oltre la metà della popolazione non accetta però che il suo dottore sia sanzionato per quelle ricette evitabili. E che dunque lo spreco sia evitato. Tutto questo mentre cresce tra gli italiani la consapevolezza della necessità di trovare strade alternative per la copertura delle proprie spese per la salute e per avere accesso alla qualità: tra sistema pubblico in crisi e sanità privata che cresce, avanza così non a caso la voglia di sanità integrativa tra chi oggi ne è escluso. O perché non può permettersela o perché non ha opportunità di Fondi contrattuali di categoria. Una strada, la sanità integrativa, che secondo il Censis libererebbe anche le liste d’attesa e consentirebbe di canalizzare meglio e a costi minori quella spesa privata per la salute pagata di tasca propria dagli italiani: in 26 milioni non a caso si dicono propensi ad aderire alla sanità integrativa.

La ricerca del Censis ci dice intanto che 10 milioni di cittadini ricorrono sempre di più alla sanità privata e ben 7 milioni alle prestazioni in attività intramoenia dei medici. Non possono aspettare e stare in coda per potersi curare nel Ssn: così almeno afferma il 72% degli assistiti. Il boom dei 34,5 mld di spesa sanitaria privata si spiega in grandissima parte così. Mentre al contrario, sotto i colpi di scure della crisi e dei tagli al Ssn, cresce l’esercito di chi rimanda le cure, o addirittura vi rinuncia: tra gli 11 milioni di chi ha desistito dal curarsi o prende tempo, 2,4 milioni sono anziani e 2,2 milioni sono i millennials. I più deboli, insieme a chi ha redditi più bassi. Una coperta sempre troppo corta o troppo stretta, fa lo stesso. Sempre di un fallimento, o quasi, si tratta.

«Non si fanno le nozze coni fichi secchi», ha commentato la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, ricordando la crisi e i tagli miliardari di questi anni e rilanciando la richiesta di un aumento dei fondi per la salute. I famosi 2 mld in più, legati però all’aumento del Pil. E alle esigenze delle casse pubbliche, che sotto manovra finiscono sempre per ridursi. Non nega, insomma, Lorenzin che la partita è tutta da giocare. Ma «i fichi secchi sono una scelta politica del Governo», ha ribattuto la Cgil alla ministra. Che nega però l’esistenza di un malessere diffuso e anzi l’esistenza di diffuse eccellenze regionali, che sono il traguardo da centrare per tutti. Una contaminazione di qualità Nord-Sud che troppo spesso suona però purtroppo ancora come una scommessa. Che non si può più perdere. (Roberto Turno – Il Sole 24 Ore)

PIÙ SANITÀ SOLO PER CHI PAGA. CORSA AL PRIVATO

Il programma è in piena esecuzione. Avevano pensato di liquidare la sanità pubblica, ci stanno riuscendo. Ma con un’attenta e programmata senescenza delle strutture e radicamento del precariato, moltiplicazione di liste d’attesa incompatibili con i tempi dei controlli e delle malattie, lasciando come unica soluzione il ricorso alla sanità e alle polizze private. Welfare pubblico, addio. C’è la crisi, e sei senza reddito? Non ti curi, non controlli, crepi. È la vita, dicono. Ma la vita, secondo i canoni di un welfare, non è questa. E non dovrebbe esserlo.

Undici milioni di persone hanno dovuto rinunciare alle cure nel 2016. Secondo la ricerca Censis-Rbm Assicurazione Salute, presentata ieri a Roma in occasione del sesto «Welfare Day», questo è l’esito della legge istituita dal darwinismo sociale: più cure, ma solo per chi può pagarsele. La tendenza è chiara: dal 2012 ci sono due milioni di persone in più ad essere rimaste incastrate nel dispositivo che governa la vita al tempo dell’austerità. Sono anziani, e si capisce: 2,4 milioni di persone. Ma gli effetti della povertà si fanno sentire anche su 2,2 milioni di «millennials». Con questa espressione pescata nell’arsenale delle parole-feticcio mainstream si intendono i giovani sottoforma di categoria merceologica. Dagli Usa alla Francia, ad esempio, i «millennials» vengono definiti «Generazione Y», ma anche «Generation Next» o «Net Generation». Si parla anche di «Echo boomers» per differenziarli dai «Baby boomers», i nati nel secondo DopoGuerra, la generazione che ha visto nascere il sistema sanitario nazionale, istituito in Italia con la legge del 1978. In generale, la legge del chi paga si cura (meglio) si applica anche ai nati tra la fine degli anni Ottanta e l’11 settembre. Questo è il dato sconvolgente, per cui ancora non esiste una cultura che sappia spiegare il perché: questi giovani non potranno curarsi.

Non potranno farlo perché, dice la ricerca, manca il reddito per pagare i ticket aumentati: il 45,4% (+5,6% in più dal 2013) ha pagato tariffe nel privato uguali o di poco superiori al pubblico. Sono 7,1 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno fatto ricorso all’intramoenia: il 66,4% per evitare le lunghe file d’attesa. E si capisce: se devi fare un’ecografia per capire se hai un tumore, logica vuole che tu lo voglia sapere subito. Non tra un anno. Il 30,2% del campione sostiene di essersi rivolto alla sanità a pagamento. Resta da capire cosa fa chi non può permetterselo. Si indebita? Probabilmente.

Sulle liste d’attesa il rapporto formula una specie di teoria: tanto più lunghe sono, tanto più è favorita la sanità a pagamento. Non solo: si arriva a formulare la teoria collegata: tanti più italiani sottoscriveranno una polizza sanitaria o aderiranno a un fondo sanitario integrativo, tanto più la sanità pubblica libererà risorse pari a 15 miliardi di euro per acquistare prestazioni per i non abbienti. La singolare teoria è emersa nel corso della presentazione del rapporto: si sostiene che il mercato delle assicurazioni private sanitarie, come quello della previdenza privata, vada alimentato. E valutazioni o prospettive di questo tipo lo fanno. Ammesso che queste cifre siano vere, c’è un problema: uno stato che taglia la spesa sanitaria, come l’Italia dal 2009, considererà i 15 miliardi in ballo come «risparmi». E li taglierà. È il circolo vizioso dell’austerità in cui sono piombati anche gli enti locali. Senza contare che i «fortunati» che hanno redditi tali da potere rivolgersi alla sanità privata sono anche quelli – ceto medio, mettiamo – che sono colpiti dalla crisi.

Il neoliberismo scommette sulla rendita delle famiglie: serve a sostenere la precarietà dei figli e la sanità dei genitori e dei nonni. Scommessa azzardata, evidentemente: si ragiona, infatti, sul capitale finanziario e sulla sua leggendaria capacità di produrre denaro dal denaro. Questo sarebbe valido anche per le famiglie con i risparmi in banca. Ma i rendimenti dicono tutt’altro. Il governo Renzi pensa di sostenere il ceto medio e il lavoro dipendente con gli 80 euro di bonus Irpef. Il rapporto dimostra che gli 80 euro servono a pagare la sanità privata: dal 2013 al 2015 si è passati da 485 a 569 euro procapite, la spesa privata è a 34,5 miliardi di euro, +3,2%: il doppio dell’aumento della spesa per i consumi delle famiglie. In pochi numeri, ecco dimostrata la fallacia del teorema renziano. «È chiaro che l’Ssn deve fare i conti con la grave crisi economica che le famiglie stanno vivendo. Dev’essere chiaro che non si fanno le nozze con i fichi secchi» ha detto, crudamente, la ministra della Sanità Lorenzin che difende il micro aumento del fondo sanitario nazionale e il micro-sblocco del turn-over del personale. Solo che la crisi è stata prodotta anche dai tagli alla sanità che il suo governo non ha rifinanziato. «I tagli inducono a non curarsi» sostiene Susanna Camusso (Cgil). Per Costantino Troise (Anaao) la rinuncia alle cure è la conseguenza delle scelte anche di questo governo. (Il Manifesto)

9 giugno 2016 

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